In difesa dei Cavaliers

Non toccatemi i Cleveland Cavaliers. Giuro, non toccatemeli. Di questi tempi è molto facile prendersela con loro: la popolarità (o impopolarità, dipende come volete vederla) di Lebron James rende facile accanirsi contro la franchigia dell’Ohio. Che invece però meriterebbe, per la sua grande storia di sfortuna e sconfitte, di ricevere maggiore gloria e maggiore lustro. Non ho molta difficoltà ad ammettere che, quando mi sono avvicinato al basket NBA, tifavo la Cleveland del giovane Lebron (col tempo mi sono riscoperto tifoso dei Knicks è un estimatore di Carmelo Anthony, ma questa è un’altra dolorosa storia). Esistono molteplici ragioni poi però per amare i Cavaliers.

Prima di tutto, la città: Cleveland, città di quasi 400’000 abitanti costruita lungo il fiume Cuyahoga, nella zona dei grandi laghi americani, è conosciuta in America come The Mistake on the Lake, lo sbaglio sul lago. Questo perché, nonostante il fascino di posticome Public Square, la piazza intorno a cui venne costruita la città, negli anni ’60 una serie di fattori portarono la stampa nazionale a definirla così.

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Public Square, nel centro di Cleveland, sta venendo ristrutturata in questi giorni, al fine di renderla esclusivamente pedonale; così è come dovrebbe apparire di qui a qualche giorno, quando verranno ultimati i lavori (foto: downtowncleveland)

Il fenomeno dell’urbanizzazione unito a un incendio che mise a dura prova la città, portarono molte aziende ad abbandonare Cleveland, che oggi si presenta quasi totalmente priva di punti d’interesse; fa eccezione la Rock and Roll Hall of Fame, costruita nel 1983. Oltre a questo, la città di Cleveland è nota come The Mistake on the Lake per l’incapacità di ottenere successi di tutte le sue squadre professionistiche, quale che sia lo sport.

I Cleveland Indians di baseball hanno vinto due volte le World Series, ma l’ultimo successo risale al 1948; dopo quella vittoria, gli Indians persero le World Series nel 1954 e riuscirono nella poco nobile impresa di mancare i play-off per quarant’anni. Il ritorno nella post-season, nel 1995, coincise con la sconfitta in finale per il titolo contro gli Atlanta Braves, batosta replicata due anni più tardi contro i Florida Marlins, prima di sprofondare nuovamente nell’anonimato nel nuovo millennio. I Cleveland Browns di football, vincitori

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Il sito Everybody Hates Cleveland spiega con questo ciclo come funzionano esattamente le stagioni dei Cleveland Browns

di quattro titoli, non trionfano dal 1964; non solo, da quando esiste il Super Bowl (1967) non sono mai riusciti ad arrivarci. Dal 1990 ad oggi ha ottenuto due misere partecipazioni ai play-off, l’ultima nel 2002, in cui vennero sconfitti dagli Steelers con un touchdown all’ultimo respiro. I Cleveland Barons, formazione di NHL, nelle due stagioni in cui esistettero ottennero soltanto 47 vittorie a fronte di 97 sconfitte. I Cavaliers non fanno eccezione ai loro concittadini, anche se sicuramente sono quelli che negli ultimi anni hanno cercato maggiormente di risollevare le sorti della città.

(L’ultima apparizione dei Browns ai play-off, conclusasi con questa sanguinosa eliminazione in favore dei Pittsburgh Steelers)

 I Cavs entrano in NBA nel 1970, quando la Lega si espande da quattordici a diciassette squadre: con loro fanno la loro comparsa i Portland Trail Blazers e i Buffalo Braves (poi San Diego e infine Los Angeles Clippers). Il giocatore più talentuoso nella prima stagione è certamente Bingo Smith, ala piccola capace di oltre 10’000 punti in carriera, ma l’inizio della storia dei Cavaliers è terribile: quindici sconfitte consecutive per iniziare la stagione, record di 1-26 dopo un mese e mezzo. Alla fine, il campionato si conclude con un totale di 15 vittorie e 67 sconfitte. L’arrivo al draft della prima scelta al draft Austin Carr non risolleva le sorti della squadra, che nelle prime quattro stagioni di vita non riesce nemmeno ad arrivare a 100 vittorie totali (record complessivo di 99-229). Le cose iniziano a girare per il verso giusto solo nel 1975, quando a Carr e Smith vengono affiancati buoni giocatori come Jim Cleamons e soprattutto il sette volte All Star Nate Thurmond. Intorno a questi giocatori, Cleveland costruisce la sua prima partecipazione ai play-off: la prima serie nella storia dei Cavaliers è una battaglia infinita contro i Washington Bullets, dati per favoriti; la serie si decide soltanto in gara-7 con un canestro della guardia Dick Snyder, in quello che è tuttora conosciuto come Il Miracolo di Richfield.

(The Miracle of Richfield, il canestro di Dick Snyder che proietta i Cavs alle finali di Conference per la prima volta nella storia; l’arco con cui supera Phil Chenier è semplicemente meraviglioso)

Al turno successivo i Celtics di Dave Cowens, John Havlicek e Jo Jo White hanno la meglio di Cleveland in sei partite, ma sembra possibile che le sorti della squadra inizino a girare. Invece non è così: Thurmond si ritira a fine stagione, i Cavaliers tornano anche nei due anni successivi ai play-off, ma escono sempre al primo turno, la prima volta in una rivincita contro i Washington Bullets e la seconda contro i New York Knicks.

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Mark Price sfugge dalla marcatura di John Paxson; a sinistra, dietro, Brad Daugherty (foto da pinterest)

La squadra sprofonda nell’anonimato e a cavallo tra le stagioni ’81-’82 e ’82-’83 compila una serie di 24 sconfitte consecutive, all’epoca la più lunga di sempre. A risollevare i Cavaliers arriva, nel 1983, un nuovo proprietario: è il magnate dello sport Gordon Gund, che sceglie Cleveland come franchigia su cui investire nella pallacanestro. Gund costruisce una squadra solida grazie ad ottimi giocatori: dal draft arrivano il centro Brad Daugherty, l’ala grande Ron Harper e la guardia tiratrice Mark Price; a questi si aggiunge lo spettacolare schiacciatore Larry Nance e nel 1986 i Cavaliers tornano ai play-off, dove vengono però battuti al primo turno dai futuri campioni, i Boston Celtics. Le basi per un ciclo sono poste però e presto i Cavaliers diventano una delle squadre più forti della Eastern Conference. Ma negli anni a venire le loro ambizioni si scontreranno su un ostacolo non da poco, un ciclone che si abbatte su tutta la NBA: Michael Jordan.

I Bulls di Jordan nel 1988 estromettono Cleveland al primo turno in cinque partite, con una grande prestazione di Pippen nella sfida decisiva. L’anno dopo i Cavaliers sono però ancora più combattivi: alla squadra viene aggiunta la guardia Carig Ehlo, giocatore di classe e Cleveland conclude la stagione al terzo posto a Est con un record di 57-25. Al primo turno, l’avversaria è di nuovo la Chicago di Jordan, ma questa volta i Cavaliers sembrano potercela fare: Chicago va avanti 2-1, ma in gara-4 una superlativa prestazione di squadra (Nance 27 punti, Harper 24, Daugherty 15 con 17 rimbalzi) rende vana quella da 50 punti di Michael Jordan e porta la serie alla quinta e decisiva sfida. La partita è una vera e propria battaglia, fatta di sorpassi e controsorpassi. A quattro secondi dal termine, i Cavs sembrano avere la partita in pugno, quando Ehlo s’infila nel pitturato e segna il canestro del sorpasso. Ma Jordan ha altri piani e castiga Cleveland con quello che verrà conosciuto come The Shot.

(La cosa impressionante del tiro di Jordan è il tempo in cui rimane in volo rispetto a Craig Ehlo, che fa tempo a saltare e cadere dall’altra parte mentre Jordan giustizia Cleveland; in allegato anche il canestro con cui lo stesso Ehlo sembrava aver dato la vittoria ai Cavs)

La sberla emotiva presa dai Cavs ha ripercussioni sulla stagione successiva, in cui Cleveland chiude settima a Est ed esce al primo turno di play-off contro Philadelphia. Dopo aver saltato di netto la post-season del 1991, i Cavaliers nella stagione successiva tornano alla carica: nonostante l’addio di Harper, Cleveland ricostruisce un gruppo solido aggiungendo il giovane tiratore Steve Kerr, l’ala John “Hot Rod” Williams, la guardia Terrell Brandon e l’ala grande Danny Ferry; vale il terzo posto della Eastern Conference. Ai play-off, i Cavaliers prima fanno fuori i New Jersey Nets, quindi hanno la meglio dei Boston Celtics in una serie all’ultimo respiro conquistata solo in gara-7, in quella che è anche l’ultima apparizione sui parquet NBA di Larry Bird. Per la prima volta, Cleveland è in finale di Conference; gli avversari, manco a dirlo, i Chicago Bulls. Ma contro Jordan proprio non ce n’è: His Airness viaggia ad oltre 30 punti di media e fa prevalere i tori in sei partite, nonostante Daugherty, Nance e Price giochino alla grande. La squadra sta giungendo al canto del cigno: torna ai play-off nel 1993, elimina di nuovo i Nets al primo turno, prima di venire cancellata ancora una volta da quei dannati Chicago Bulls. La serie finisce 4-0, con un altro canestro di Jordan allo scadere nella sfida che sancisce l’eliminazione.

(Il canestro decisivo di Jordan nel 1993; l’ennesima batosta rifilata da His Airness ai Cavs)

L’anno dopo, nonostante il ritiro per giocare a baseball del più grande di sempre, i Bulls schiacciano di nuovo i Cavaliers al primo turno per 3-0. Nel giro di poco, Cleveland perde tutti i pezzi: Ehlo se n’era già andato nel 1993, Nance e Daugherty si ritirano nel 1994, Price l’anno dopo va ai Washington Bullets; intanto i Cavs escono sistematicamente al primo turno di play-off, due volte contro i Knicks e una contro i Pacers. È il 1998 e stanno arrivando tempi bui: la squadra inizia a mancare i play-off ogni stagione, nonostante arrivino ottimi giocatori come il lituano Zydrunas Ilgauskas, il play Andre Miller, la guardia Ricky Davis, l’ala grande Carlos Boozer, lo scapestrato Ron Artest. Nel 2002-03 i Cavs compilano una stagione da 17 vinte e 65 perse, che valgono l’ultimo posto nella Conference. Il pessimo risultato vale però anche la prima scelta al draft, che potrebbe cambiare i destini della franchigia: alla numero 1 viene scelto Lebron James, il Prescelto.

(Che sia il 1989, il 1993 o il 2002, in maglia Bulls o in maglia Wizards, Jordan ai Cavaliers presenta sempre il conto, anche a 39 anni)

I primi due anni con la nuova stella sono sofferti: in entrambe le occasioni, Cleveland manca l’accesso ai play-off per una sola vittoria. Ma Lebron si vede che è un giocatore diverso, atleticamente e fisicamente mostruoso e capace di numeri e giocate fuori dalla norma. Nel 2006, finalmente, James riporta i Cavaliers ai play-off dopo otto anni. Al primo turno, contro i Washington Wizards, Lebron manifesta che tipo di giocatore sia, mettendo a segno i canestri decisivi sia in gara-3 che in gara-5 e portando Cleveland a vincere una serie per la prima volta dal 1993.

(Io adoro questo canestro di Lebron James; la determinazione con cui attacca la linea di fondo e va a canestro in mezzo a tutta la difesa di Washington è semplicemente meravigliosa)

Al turno successivo però, contro i Detroit Pistons, nonostante Cleveland porti la sfida fino alla settima partita, alla fine ad averla vinta sono i rossoblu, che perderanno poi contro i Miami Heat la finale di Conference. Lebron però è un giocatore come non se n’è mai visti, tanto domina il gioco: nelle finali di Conference del 2007, a cui i Cavaliers approdano dopo aver fatto fuori di nuovo i Wizards e i Nets, questa volta Detroit non ha scampo. In gara-5, con la serie sul 2-2, al Palace di Detroit James regala ai tifosi una delle performance più incredibili di sempre, segnando 29 degli ultimi 30 punti della squadra e consegnando ai Cavaliers la vittoria decisiva per vincere la serie, conquistata qualche giorno dopo in casa. Per la prima volta, Cleveland è in finale NBA. Ma la serie decisiva, contro i San Antonio Spurs, non è mai in discussione: gli speroni dominano e chiudono la finale vincendo 4-0, senza mai concedere al Prescelto e i suoi la possibilità di giocarsela alla pari.

(La sensazionale prestazione di Lebron James in gara-5 contro i Pistons, in cui segna 29 degli ultimi 30 punti di Cleveland)

Cleveland non riesce a ripetersi: nel 2008 perde al secondo turno contro i Boston Celtics dei big three, Allen, Pierce e Rondo. La serie finisce alla settima partita, ma senza che i Cavaliers riescano mai a vincere al Boston Garden. L’anno dopo sembra finalmente l’anno buono: James festeggia il suo primo MVP della stagione facendo chiudere i suoi con un record di 66-16. Sembra l’anno buono per andare in finale, anche perché ai play-off sia Hawks che Pistons vengono annichiliti 4-0. In finale ci sono gli Orlando Magic di Dwight Howard, Hedo Turkoglu e Rashard Lewis. A sorpresa, i Magic vincono gara-1 e sarebbero anche in procinto di vincere la seconda, se James non s’inventasse questa robina qui.

(Con tanto di commento (in ritardo di un secondo) di Tranquillo e Buffa; l’onnipotenza logora chi non ce l’ha)

Ma Cleveland si scioglie come neve al sole: soccombe in gara-3 e perde anche la quarta partita ad Orlando, nonostante 44 punti di Lebron che fallisce il tiro della vittoria allo scadere dei supplementari. Alla fine è 4-2 per i Magic e la stella inizia a mostrare qualche malumore. La frustrazione di non riuscire a vincere per il nativo di Akron diventa eccessiva l’anno seguente: con i Cavaliers nuovamente al primo posto della Eastern Conference e il suo secondo MVP in saccoccia, ancora una volta la squadra crolla ancora una volta contro i Boston Celtics, di nuovo al secondo turno come due anni prima. Le continue sconfitte subite ai play-off convincono James ad andarsene: destinazione Miami, dove vincerà due titoli. Cleveland, lasciata in braghe di tela, sbanda: nel 2011, dopo un buon avvio, la franchigia dell’Ohio viene sotterrata da un’interminabile serie di sconfitte (26 di fila) che batte ogni record negativo della NBA. Questo disastro vale la prima chiamata al draft, che vuol dire l’arrivo di Kyrie Irving. Ma da solo Irving non basta e, nonostante i risultati migliorino di poco, comunque non basta per arrivare ai play-off. La franchigia ottiene un’altra chiamata al draft al numero 1, ma sceglie Anthony Bennett, che non saprà mai dimostrare il proprio valore. Nel 2014, però, arriva l’annuncio: il Re torna a casa, Lebron vuole giocare di nuovo a Cleveland.

Per costruirgli attorno una squadra vincente, la dirigenza gli affianca, oltre ad Irving, Kevin Love, ala grande dei Minnesota Timberwolves, ottenuto in cambio dell’ennesima prima scelta al draft, Andrew Wiggins. Cleveland inizia male la stagione, ma piano piano risale fino al secondo posto a Est. Ai play-off, James vendica tutte le serie perse contro i Celtics schiantandoli per 4-0 (sì, non sono gli stessi Celtics di qualche anno prima, proprio per niente, ma una vendetta va servita fredda), quindi trascina i suoi nella serie contro i Bulls, l’altra storica bestia nera; decisivo, in particolare, il canestro con cui abbatte i tori in gara-4, quando Chicago era in procinto di andare avanti 3-1 e probabilmente vincere la serie. In finale di Conference, per gli Atlanta Hawks non c’è alcuna pietà: 4-0 e ritorno in finale. Contro i Warriors però, con Love infortunato e Irving a mezzo servizio (mezzo, forse anche un quarto) il Prescelto da solo non può nulla contro l’esplosività degli Splash Brothers, braccato da Andre Iguodala, MVP delle finali.

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Kyrie Irving, Kevin Love e Lebron James, i big three di Cleveland (non so perché James vesta il 6 in questa foto, possibile che sia un montaggio; imagine CLstudios presa da allsportseverything)

Quest’anno, i Cavaliers hanno vinto per la terza volta nella loro storia la Eastern Conference: dopo aver spazzato via con due cappotti i Detroit Pistons e gli Atlanta Hawks, in finale ad Est contro i Toronto Raptors Cleveland ha vinto soffrendo in sei partite, tornando in finale, ancora una volta contro i Warriors. Con Golden State avanti 3-1, stanotte ad Oakland James ed Irving hanno risollevato le sorti di Cleveland con 41 punti a testa, tenendo ancora la serie in vita. Ma per vincere il titolo, i Cavaliers dovrebbero conquistare gara-6 e l’eventuale gara-7 in California e nessuno ad oggi è mai riuscito a vincere una gara-7 di finale sul campo avversario. È probabile che Cleveland esca sconfitta da questa serie, perché i Warriors appaiono superiori. Ancora una volta, The Mistake on The Lake potrebbe fallire l’appuntamento con un titolo; però, nonostante Lebron non attiri particolari simpatie, non è questo il motivo per cui si dovrebbero mal sopportare i Cavaliers.

Non mi sento schierato in queste finali NBA: un po’ perché ho l’allergia alle squadre troppo forti (vedi Warriors) un po’ perché Lebron, dopo avermi fatto sognare nei primi anni in cui seguivo il basket, mi è diventato abbastanza antipatico (vedi tutte quelle stronzate mediatiche quali The Decision e The Return). Però non vale lo stesso discorso per Cleveland: no, i Cavs hanno una storia, da perdenti ma ce l’hanno. E se Lebron dovesse portarli al titolo, sarebbe anche per i Nate Thurmond, i Mark Price, i Brad Daugherty, gli Austin Carr, i Ron Harper, gli Antawn Jamison che si sono dovuti inchinare ai Cowans, ai Bird, ai Jordan, ai Garnett, ai Pierce, ai Turkoglu; tutti questi sconfitti che hanno dovuto cedere il passo nel corso della storia. Per tutti questi motivi, non sarò dispiaciuto se Cleveland riuscisse a sovvertire il pronostico e smettere finalmente di essere The Mistake on the Lake.

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