Toronto Raptors: breve storia di una squadra sfigata

Torno dopo un po’ di latitanza, ma ho dovuto sistemare un paio di cose. Con molta carne al fuoco in questo periodo, bisogna sbolognare un po’ di arretrati. Sono iniziati, e ormai anche da un po’, i play-off NBA (ci sarà spazio anche per quelli italiani, comunque): siamo già arrivati alle finali di Conference (per gli apocrifi: le squadre sono divise in un sistema Est-Ovest e alla fine, nella finale per il titolo, si affrontano una squadra per lato dall’America; in sostanza siamo alle semifinali) e ormai stiamo per addentrarci nella fase caldissima della stagione. Quest’anno di NBA, come quasi tutte le ultime, è stata segnata da un mantra: la squadra che vincerà verrà da Ovest, perché ad Ovest ci sono le squadre più forti, con almeno quattro formazioni che potrebbero ottenere l’agognato anello; unica eccezione ammissibile dal lato orientale, i Cleveland Cavaliers di Sua Maestà, The King Lebron James, sempre giunto in finale nelle ultime cinque stagioni. Finora, i pronostici sono stati ampiamente rispettati: ad Ovest, in finale di Conference sono arrivati i campioni in carica, i Golden State Warriors, e gli Oklahoma City Thunder, capaci di sovvertire il pronostico e avere la meglio sui San Antonio Spurs; ad Est, i Cavaliers del numero 23 hanno asfaltato per 4-0 sia i Detroit Pistons che gli Atlanta Hawks e stanno volando verso la finale. Sembra che non ci saranno sorprese. Ma ci sono ancora speranze per noi (vabbé, io, ma se mi seguite almeno un minimo penso che siate malati quanto me) che godiamo nel vedere i nostri piccoli Davide sconfiggere Golia, perché prima che il Re si giochi la finale per il titolo, ha ancora un ostacolo da superare: i Toronto Raptors, per i quali, fino a quando non arriverà l’eliminazione, è obbligatorio fare il tifo. Andiamo a scoprirne i pregi e il passato (poco) glorioso che potrebbe farci palpitare nel vederli affrontare i Cavaliers; la storia di una squadra tradizionalmente falcidiata dalla sfiga e condizionata dalla capacità di autosabotarsi nei momenti critici.

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Leo Mogus, giocatore dei Toronto Huskies, ha chiuso la carriera NBA segnando 8 punti di media a partita con il 33% dal campo. (immagine da Wikipedia)

Di sicuro, qualcuno si sarà chiesto: ma che c’azzecca Toronto con la NBA, che è il campionato americano? Beh, qualcosa c’azzecca: la lega a stelle e strisce della palla a spicchi infatti, ha sempre avuto attenzione per i vicini canadesi. E sin dagli anni ’40 si era tentata l’introduzione di una formazione canadese: i Toronto Huskies giocarono una singola stagione (1946-47) in NBA, chiudendo con un record di 22-38 all’ultimo posto della Eastern Conference. La cosa più degna di nota era che gli Huskies ospitarono la prima partita di sempre nella storia NBA: il primo novembre 1946, davanti a 7’090 spettatori accorsi al Toronto Sky Dome, Toronto venne sconfitta per 68-66 dai New York Knicks. Per tutti gli spettatori più alti del centro degli Huskies, George Nostrand (203 centimetri), l’ingresso fu gratuito. Nel loro unico anno di esistenza, gli Huskies vennero guidati sul parquet da Leo Mogus, ala/centro che era noto per essere stato selezionato al draft sia in NBA che in NFL, ma l’esperimento della franchigia a Toronto morì sul nascere: troppi i soldi persi dalla dirigenza, che decise di chiudere immediatamente prima di aggravare le perdite. 7

Negli anni ’90 però, viene deciso dalle alte sfere della lega (con il commissioner David Stern in prima linea), di riportare il grande basket in Canada, creando ex-novo due squadre che prendessero parte alla NBA. Le due città scelte sono Vanvouver e, come quasi cinquant’anni prima, Toronto. A Vancouver prendono vita i Grizzlies, poi spostati poco tempo dopo a Memphis, causa di mancanza di pubblico; mentre a Toronto vengono creati i Raptors. L’idea iniziale era di fare un revival degli Huskies, ma il vecchio nome viene scartato per il timore di creare un logo troppo simile ai Minnesota Timberwolves. Vennero così proposti una serie di nomi, tra cui Beavers, Dragons, T-Rex, Tarantulas, ma alla fine il pubblico canadese, influenzato dal recente kolossal Jurassik Park, scelse Raptors.

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tra gli oggetti più caratteristici della NBA anni ’90, c’è sicuramente la divisa dei Raptors, con il dinosauro che palleggia stampato sul petto (foto da pinterest)

L’introduzione alla NBA dei canadesi è difficile: per formare il roster, viene fatto un expansion draft, ossia viene data alla franchigia la possibilità di scegliere giocatori dalle altre squadre. Purtroppo per i Raptors, quasi nessuno vuole andare a Toronto: BJ Armstrong, la prima scelta e playmaker titolare dei Chicago Bulls di Jordan nel primo three peat, preferisce accasarsi a Golden State e così anche Jerome Kersey. Alla fine, Toronto riesce a mettere insieme una squadra quasi decente, con la prima scelta al draft Damon Stoudamire, un ottimo giocatore come Doug Christie, qualcuno discreto come Alvin Robertson e vari discreti comprimari, tra cui anche l’italiano Vincenzo Esposito. La prima stagione termina con un record di 21-61: tra le poche soddisfazioni, una vittoria contro i Bulls dei record (una delle 10 sconfitte di Chicago in quell’anno giunge contro i Raptors) e il premio di rookie dell’anno per Damon Stoudamire.

(Damon Stoudamire guida i Raptors alla vittoria contro i Bulls dei record, con una prestazione di livello assoluto)

Negli anni successivi, Toronto inizia a costruire intorno a Stoudamire e Christie: al draft giunge il centro di grandi speranze, Marcus Camby, e nel secondo anno di vita della squadra le vittorie sono 30. Nella stagione 1997-98 però, nonostante Stoudamire viaggi a medie di quasi 20 punti a partita e Camby sia il miglior stoppatore della lega, la squadra naufragacon appena 16 vittorie a fronte di 66 sconfitte; a nulla vale l’innesto al draft, un giovane che avrebbe fatto parlare a lungo di sé, Tracy McGrady.  A febbraio poi, Stoudamire prende la strada di Portland per cercare di vincere il titolo: tutto sembra volgere per il peggio, ma in realtà le sorti della franchigia stanno per cambiare.

Al draft del 1998, Toronto ha la quinta scelta e decide di chiamare l’ala Antawn Jamison. Ma il prodotto di North Carolina non vestirà mai la maglia dei dinosauri, perché viene scambiato lo stesso giorno del draft, in cambio della scelta numero 4: tale Vince Carter, sempre da North Carolina, giocatore con la dinamite nelle gambe e tra l’altro cugino di McGrady; fatto curioso, Jamison e Carter erano migliori amici al momento dello scambio. La stagione, con il calendario tagliato a causa del lockout (lo sciopero dei giocatori), si prospetta un massacro, perché anche Camby decide di cambiare casacca (New York Knicks, in cambio di Charles Oakley) e la squadra resta spolpata delle colonne portanti, fatta eccezione per Christie: invece Toronto, nelle 50 partite di quella stagione ridotta, chiude con 23 vittorie. È chiaramente Vince Carter il giocatore che cambia le sorti dei dinosauri: Air Canada, come viene soprannominato, finisce la prima stagione con medie di 18 punti e quasi 6 rimbalzi a partita, oltre a 3 assist e 1.5 stoppate (sarà il suo record personale); è un giocatore devastante in attacco, capace di voli sopra il ferro meravigliosi come di tiri a tradimento dai sei metri, ed entusiasma al punto di guadagnarsi il premio di rookie dell’anno. Toronto non va ai play-off, ma ora il futuro sembra più roseo.

(Queste sono le immagini di Vince Carter durante la sua prima stagione a Toronto. Penso non serva dire altro, basta vedere cosa riesce a fare)

Nella stagione 1999-2000 i tempi sono maturi per qualcosa di importante: da Indiana giunge l’esperto Antonio Davis, che assieme ad Oakley deve guidare i più giovani Carter e Christie; ma a rendere definitivo il salto di qualità dei Raptors è l’esplosione di McGrady, che diventa finalmente un giocatore di livello. T-Mac prende il posto di Alvin Williams in quintetto e con lui i Raptors diventano una delle squadre più godibili del campionato. Ma prima di affrontare la prima post-season della loro storia, c’è una notte da ricordare. Il 12 febbraio del 2000, durante l’All Star Weekend, le due giovani stelle dei Raptors prendono parte allo Slam Dunk Contest, la gara delle schiacciate. McGrady fa una gara superba, ma ancora di più la fa Vince Carter, che in tutte e sei le sue schiacciate ottiene il massimo dei punti e stravince la sfida, demolendo gli avversari un volo sopra il ferro dopo l’altro. Il giorno dopo, Air Canada prende anche parte all’All Star Game: è la prima volta che un giocatore dei dinosauri prende parte alla partita delle stelle; chiude con 12 punti in 28 minuti.

(La schiacciata in cui affonda fino al gomito dentro al canestro non ha nessun tipo di senso; come se ci fossero parole per descrivere quello che Vinsanity riesce a fare)

A fine regular season, Toronto è sesta in classifica, piazzamento giunto grazie ad un record di 45-37. Ma la prima post season è amara per i dinosauri: contro i New York Knicks di Ewing, gara-1 al Madison Square Garden registra un successo blu-arancio. Nella seconda sfida, Toronto sembra poter agguantare il successo: quando resta un minuto da giocare i Raptors sono avanti di 3, ma due liberi di Allan Houston rimettono la sfida ad un solo punto di distanza. Carter tenta la tripla che potrebbe chiudere i conti, ma va lunga sul ferro; timeout Knicks, e al ritorno in campo Spreewell giustizia Toronto. C’è ancora un tentativo, ma il tiro finisce sul secondo ferro. Il colpo psicologico è troppo duro per i Raptors, che si arrendono anche in gara-3 uscendo a testa bassa.

Quell’estate, Toronto perde McGrady: rimasto free agent, il numero 1 prende la strada di Orlando, a fronte di un contratto molto più remunerativo. A settembre, Carter prende parte alle Olimpiadi estive e mette a segno le dunk de la mort, la schiacciata della morte: un volo straordinario sopra al centro Frederic Weis, alto 2.18. Sarà il gesto tecnico che fa da preludio alla migliore stagione di sempre dei Raptors.

(Frederic Weis, nonostante l’autostima crollata in un balzo felino, ha avuto poi una discreta carriera, in cui ha vinto un campionato francese, una coppa di Francia, un argento olimpico, un bronzo europeo e due coppe Korac. Tanto per farvi capire che sta bene)

Pur perdendo McGrady, destinato ad Orlando e ad un contratto più sostanzioso, la stagione 2000-01 termina con 47 vittorie, due in più della stagione precedente; ai play-off, al primo turno Toronto deve affrontare i Knicks, in una rivincita dell’anno passato. È una sfida molto più equilibrata: dopo che New York ha la meglio in gara-1, nella seconda sfida Toronto espugna il Madison Square Garden e conquista il primo successo della sua storia ai play-off; gara-3 va di nuovo alla squadra della Grande Mela, ma nella sfida successiva Air Canada fa il bello e il cattivo tempo, chiudendo la partita con 32 punti e portando la serie alla quinta e decisiva partita. Ma questa volta, non sono i newyorkesi ad avere la meglio: nonostante 29 punti di Spreewell, i 27 di Carter e la doppia doppia di Antonio Davis consegnano ai Raptors il primo passaggio del turno della loro storia. Al secondo turno però, l’avversaria sono i Philadelphia 76ers dello straordinario Allen Iverson, nella sua stagione da MVP. È The Answer vs Vinsanity, Carter vs Iverson, in uno dei duelli più esaltanti di sempre.

(tanto perché vi facciate un’idea di quello che fu quella sfida)

Gara-1 la vincono i Raptors a Philadelphia, con 35 punti di Carter, Iverson mette insieme 35 punti, 8 rimbalzi, 7 rubate e 4 assist. La vendetta di AI in gara-2 è devastante: 54 punti e vittoria 76ers. La questione tra i due diventa personale: nella terza sfida, la prima a Toronto, Carter arriva fino a 50 e dà il 2-1 ai Raptors; ancora una volta, Iverson guida i suoi al pareggio segnando 30 punti (contro i 25 di Air Canada) in gara-4. Nella quinta sfida, The Answer mette a segno un altro cinquantello (52 per la precisione), nella partita meno combattuta della serie e i Raptors sotterrati di 33 punti. Ma mai dare per vinto Vince Carter e Toronto: i canadesi nella sesta sfida vengono ancora una volta presi per mano da Vinsanity, che segna 39 punti e porta la serie alla settima. Si gioca a Philadelphia il 20 maggio 2001, in un clima incandescente: Phila scappa avanti di 10 punti nel primo periodo; Toronto piano piano rientra e riesce a mettere il finale punto a punto. Sull’ultimo possesso, palla Raptors, Carter ha la possibilità di vincere la sfida…

(Ad un ferro dalla gloria)

Fosse entrato quel tiro, forse la storia dei Raptors sarebbe stata diversa. Invece il pallone di rilasciato da Vinsanity s’infrange sul secondo ferro, il First Union Center esplode e i 76ers vanno in finale di Conference dove battono Milwaukee, prima di affondare nella finale per il titolo contro i Lakers. Per Toronto è comunque una grande stagione e sembra l’inizio di un ciclo; invece ne sarà l’apice. L’anno dopo, Vince Carter viene colpito da una peritendinite rotulea e viene a mancare nel finale di stagione; i Raptors si trovano di fronte i Detroit Pistons e cadono in cinque partite. Così, gli anni che dovevano dimostrarsi della consacrazione della squadra, diventano invece un calvario: 24 vittorie nel 2003, 33 la stagione successiva, la squadra adagiata sul fondo della Eastern Conference. A nulla vale l’innesto di Chris Bosh dal draft: la squadra non gira e, dopo le prime venti partite della stagione 2004-05, Vince Carter viene scambiato ai New Jersey Nets. Inizia un periodo di ricostruzione e nel 2006, al draft, Toronto ha la possibilità di fare la prima chiamata: la usa per l’italiano Andrea Bargnani. Con Bosh in crescita e la giovane promessa italiana, i canadesi sembrano poter tornare a rivedere la luce. La squadra torna finalmente a girare, raccoglie 47 vittorie e vola al terzo posto della Eastern Conference, tornando alla post-season dopo cinque anni. La sorte vuole che gli avversari siano proprio quei New Jersey Nets dove è andato a giocare Vince Carter qualche anno prima. Air Canada non fa nessuno sconto: chiude in doppia cifra tutte le sfide e assieme alle altre due star della squadra, Richard Jefferson e Jason Kidd, affonda i Raptors in sei partite.

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Bargnani e Bosh insieme a Toronto (foto di The Zabantak Herald)

Nonostante l’amarezza dell’eliminazione, ancora una volta sembra il momento in cui Toronto può esplodere. Invece, la stagione successiva è difficile: record di 41-41, sesto posto a Est ed eliminazione per 4-1 al primo turno contro Orlando, che trita i Raptors con Dwight Howard e Rashard Lewis, un’altra eliminazione al primo turno. Nonostante i play-off, le due stelle di quel periodo dei canadesi si dimostrano inadatte al loro ruolo per motivi diversi: dalla stagione successiva, Chris Bosh inizia a dimostrare una certa insofferenza, rifiutandosi di rinnovare il contratto e risultando sempre al centro di possibili movimenti di mercato; Bargnani invece non convince mai del tutto a pieno, se non come secondo violino dedito soprattutto a fare punti e poco utile in difesa. Nel 2009 la squadra fallisce l’obiettivo play-off, ma l’anno dopo la post season sembra raggiungibile: la squadra è seconda a Est dopo l’All Star Game e sembra poter ottenere un discreto piazzamento. Ma negli ultimi due mesi, complice un infortunio di Bosh, la squadra naufraga e crolla definitivamente nel finale, perdendo nello scontro diretto contro Chicago la possibilità di andare ai play-off. In estate Bosh va a Miami a vincere i titoli con gli Heat di James e Wade e il rebuilding di Toronto fallisce sul nascere: Bargnani non si dimostra il giocatore giusto per portare ad alti livelli la squadra (nonostante le discrete cifre messe insieme dal Mago) e Toronto resta a marcire sul fondo della Eastern Conference, incapace di ritrovare il bandolo della matassa; il possibile sostituto di Bosh, Rudy Gay, in comune con il suo predecessore ha solo una cosa, l’insofferenza per la città canadese e dopo poco se ne va a Sacramento. Alla fine, anche Bargnani se ne va, destinazione New York Knicks. Sono tempi bui per i Raptors, si parla anche di spostare la squadra, ma la base di tifosi canadesi è molto solida e la franchigia rimane.

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Il nuovo gruppo dei Toronto Raptors, da sinistra Terrence Ross, Jonas Valanciunas, Kyle Lowry e DeMar DeRozan

All’inizio del 2013, la situazione pare comunque difficile e nessuno pronostica una Toronto competitiva. La squadra conta di buoni giocatori: il playmaker Kyle Lowry, la guardia DeMar DeRozan, le ali Amir Johnson e Terrence Ross, mentre in centro gioca il lituano Valanciunas. L’inizio di campionato è prevedibile: Toronto vince qualche partita, ne perde qualcuna in più e resta a metà della Conference. Ma in un’annata molto particolare, con alcune delle squadre favorite che steccano, a fine anno solare i Raptors hanno messo insieme un record di 14-15 e si rendono conto di poter credere nei play-off. Negli ultimi quattro mesi, Toronto inizia a correre: raccoglie ben 34 vittorie e centra i play-off addirittura con il terzo posto, guadagnandosi la post season e completando la regular season più vincente di sempre. L’artefice principale dell’exploit di Toronto è coach Dwane Casey, capace di tirare fuori da un gruppo di giocatori più o meno nella norma dei risultati inaspettati: Lowry riesce a dimostrarsi un giocatore ben al di sopra di quello che aveva dimostrato in precedenza, DeRozan è il carnefice di cui la squadra inizia a non poter fare a meno, Ross il suo partner in crime ideale, Johnson e Valanciunas sono dei fattori sotto canestro. Toronto è di nuovo ai play-off dopo sei lunghi anni; gli avversari sono temibili, i Brooklyn Nets infarciti di stelle quali Deron Williams, Paul Pierce, Joe Johnson, Kevin Garnett. La serie è spettacolare: Brooklyn vince a Toronto gara-1; i Raptors rimettono la sfida in parità vincendo a Brooklyn gara-4. Alla fine, si giunge alla settima e decisiva, da giocarsi a Toronto; i Nets vanno avanti e sembrano vincerla, ma Toronto rimonta e torna fino ad un solo punto di distanza. Sull’ultimo possesso, Lowry penetra ma sbatte contro Paul Pierce, che gli stoppa l’ultimo tiro e consegna la vittoria ai Nets.

(La stoppata di Pierce su Lowry nel finale di gara-7, quando The Truth dà il meglio di sé stesso non c’è speranza per nessuno)

La storia sembra ripetersi: ancora una volta, una sconfitta in gara-7 fallendo l’ultimo tiro, come tredici anni prima contro i 76ers di Iverson; per la quinta volta su sei partecipazioni, una cocente eliminazione al primo turno. I Raptors reagiscono d’orgoglio nella stagione successiva: la squadra viene confermata in toto e totalizza un’altra eccelsa regular season, con 49 vittorie e quarto posto finale, grazie all’esplosività aggiunta dalla panchina di Louis Williams (sesto uomo dell’anno). Nella post season, i Raptors si trovano di fronte i Washington Wizards, che come i Nets dell’anno precedente hanno un unico denominatore comune: Paul Pierce, The Truth. Inaspettatamente, dopo una regular season condotta saldamente, Toronto si scioglie: perde gara-1 in casa ai supplementari, soccombe sempre in Canada nella seconda sfida. Nella terza, quella che potrebbe riaprire i giochi, i Raptors restano incollati agli Wizards. Ma come l’anno prima, The Truth li castiga.

(Sì, ho una grande passione per Paul Pierce; d’altronde, come si può non adorarlo?)

Gara-4 è senza storia: Toronto va fuori con uno sweep e nubi oscure sembrano avvicinarsi alla squadra, dimostratasi completamente incapace di approcciare i play-off; l’ennesima eliminazione al primo turno. In estate parte Amir Johnson, destinazione Boston, e se ne va anche Louis Williams, che firma coi Lakers. Giungono però ottimi giocatori: DeMarre Carroll, specialista difensivo da Atlanta; l’esperto argentino Luis Scola da Indiana; l’atletico centro Bismack Biyombo da Charlotte. Siamo ad oggi e la situazione è che i Raptors hanno battuto ogni record e rotto tutti i loro tabù.

Anzitutto, per la prima volta da quando esiste la franchigia, Toronto ha vinto più di 50 partite: per la precisione cinquantasei, una sola in meno di Cleveland, campione ad Est. Ai play-off, i Raptors al primo turno si sono dovuti confrontare con gli Indiana Pacers del temibile Paul George: dopo aver perso gara-1 in casa, Toronto riconquista il fattore campo vincendo alla Conseco Fieldhouse di Indiana gara-3. Nella quinta sfida, con le due squadre in parità sul 2-2, sembra giungere l’ennesima debacle canadese: Toronto sta affondando sotto i colpi dei tiratori di Indiana e sprofonda fino a 17 punti di distanza. Ma nell’ultimo quarto, DeRozan e Ross si scatenano: i Raptors tornano sotto e alla fine passano avanti di tre lunghezze. Sulla sirena c’è il thriller: Solomon Hill mette la tripla del pareggio, ma alla revisione gli arbitri si accorgono che il tiro è stato rilasciando qualche frazione di secondo troppo tardi, a tempo scaduto.

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Demarre Carroll, nuovo acquisto canadese del 2015, uno dei nuovi punti cardine della squadra (immagine della NBA presso gettyimages)

Toronto vince l’atto psicologicamente più importante della serie e, pur cadendo in gara-6, nella settima e decisiva sfida, complici 30 punti di DeRozan e dalla doppia doppia di Valanciunas, i dinosauri conquistano per la prima volta nella loro storia una gara-7 e tornano al secondo turno a quindici anni di distanza dalla prima, ultima e unica volta, quella dannata serie contro i 76ers. L’avversaria è Miami, che pur avendo chiuso più in basso in classifica è favorita. La serie è esaltante: Miami espugna Toronto in gara-1 ai supplementari; si va all’overtime anche in gara-2, ma stavolta vincono i Raptors che si ripetono in Florida nella terza sfida. L’episodio successivo termina ancora una volta all’overtime: vince Miami, serie sul 2-2. Le successive due sfide registrano entrambe dei successi casalinghi: si torna a una settima, ancora una volta. Come quindici anni fa, i Raptors devono vincere una sfida da dentro-fuori per accedere alle finali di Conference. Ma questa volta, non si va punto a punto: Toronto deve fare la storia e trita 116-89 gli Heat, Lowry e DeRozan capaci di combinare 63 punti in due e spianare la strada ai canadesi.

E siamo tornati al punto di partenza: contro ogni pronostico, Toronto ha sfatato i propri limiti che ne hanno caratterizzato i primi vent’anni di storia ed è approdata per la prima volta alle finali di Conference. Contro Cleveland è una sfida proibitiva: in gara-1, Lebron si è comportato da re e ha demolito quasi da solo i Raptors. Ma si sa, lo sport non è una scienza esatta e Toronto lo sa bene: se lo fosse, la squadra guidata da Vince Carter e McGrady avrebbe potuto condizionare la lega negli anni a venire; se lo fosse, Bosh e Bargnani avrebbero potuto essere delle Twin Towers come lo furono Robinson e Duncan per gli Spurs molto prima; se lo fosse, Miami avrebbe vinto gara-7 al secondo turno e avrebbe eliminato i Raptors, per una finale molto più scontata tra Heat e Cavaliers. Toronto quest’anno ha già fatto la storia e può giocarsi senza eccessive pressioni questa sfida al Re, che da cinque stagioni a questa parte, quale che sia la squadra per cui gioca (dal 2011 al 2014 con Miami, l’anno scorso a Cleveland) non ha mai mancato l’accesso alla finale, monopolizzando la Eastern Conference. Ma Toronto ha già sfatato molti miti quest’anno, potrebbe essere il momento di sfatarne uno in più, quello più difficile.

Stanotte alle 2:30 si gioca gara-2 alla Quick and Loans Arena di Cleveland. Buona fortuna, dinosauri. Ne avrete bisogno.

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