Aspettando il Real Madrid/Capitolo 7

Quinta elementare. Forse non dovrei dare così tanta negatività al periodo della mia vita che sto per raccontare, ma devo dire che non sono anni che ricordo con piacere. La fine delle elementari e l’inizio delle medie furono un periodo duro relativamente sofferto. Per un principio fondamentale: i ragazzini a quell’età sono stronzi, stronzi, stronzi. E io non ho mai amato particolarmente gli stronzi, pur essendo diventato uno di loro; eppure in quel periodo sentivo di avere una maturità diversa, non maggiore, ma diversa. In più in realtà, sono sempre stato un bersaglio facile da colpire, un po’ per la erre moscia, un po’ per essere un ragazzino troppo alto per la sua età, un po’ perché ero tutto sommato ingenuo. Mi feci le ossa, non con molto piacere, ma almeno cambiai prospettive su alcune cose. In tutto questo, siccome la vita non è mai semplice, ho iniziato ad imparare questo: quando stai male, raramente il Lane ti aiuta a risollevarti il morale. Più spesso rincara la dose. Ma andiamo con ordine. E con ordine intendo che quell’anno avevo bisogno di cambiare musica, in tutti i sensi: scoprii un’incredibile compilation di mio padre con soli gruppi e cantautori rock americani. Rod Stewart, Lou Reed, Reo Speedwagon, Boston, Meat Loaf, Journey. Fu un disco fondamentale: ormai avevo capito che dovevo essere diverso e mentre i miei coetanei ascoltavano i Linkin Park di Hybrid Theory (avrei recuperato in seguito) io quando trovavo un negozio di dischi cercavo senza successo Hi-Infidelity dei Reo Speedwagon e Bat Out of Hell dei Meat Loaf.

(Hi Infidelity riuscii a comprarlo solamente nel 2005, in scambio culturale in Inghilterra. Fu una soddisfazione infinita, per 34′ di pop rock americano di primi anni ’80.)

La retrocessione in B diede una prima conseguenza ovvia: Reja venne esonerato e andò via. Per quanto in seguito si sia dimostrato un più che discreto allenatore, c’è da dire che non era mai stato particolarmente amato dalla piazza. A questo, si aggiunse un burrascoso rapporto con la società, alla quale era abbastanza inviso. Al suo posto venne chiamato Eugenio Fascetti, specialista da squadre di provincia. Il mercato che ne seguì fu abbastanza prevedibile: il Vicenza cedette sul mercato tutti i suoi pezzi pregiati. Toni venne comprato dal Brescia per una cifra folle, circa 30 miliardi di lire, Zauli andò al Bologna per 12; Zanchi tornò alla Juventus per essere girato al Verona, Longo e Cardone ritornarono al Parma, Kallon venne riscattato all’Inter, dove sarebbe stato squalificato per nandrolone. Come se non bastasse, Viviani si ritirò, Dicara prese la strada di Pescara, Comotto quella di Torino, Firmani si accasò al Chievo neo-promosso. Pur avendo smontato la squadra che giocava l’anno prima in serie A, l’Enic, la società inglese all’epoca proprietaria del Vicenza Calcio, spese tanti soldi. Ora, tocchiamo un nodo spinoso: l’Enic non è mai stata particolarmente amata da queste parti, ma mai ha lesinato la spesa, soprattutto negli anni

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I progetti di ristrutturazione del Menti attualmente in corso porterebbero in questa direzione lo stadio cittadino. (foto da Il Gazzettino.com)

immediatamente seguenti alla retrocessione. Quando poi qualche anno dopo mollò la spugna, fu principalmente per un motivo: il Comune respinse la proposta della società di creare uno stadio sul modello inglese, che avrebbe reso il Lane una delle prime squadre con lo stadio di proprietà. L’impossibilità di realizzare il progettò smorzò piano piano gli animi della proprietà, non prima però di aver tentato la risalita di categoria. Questo per dire una cosa: gli inglesi non erano simpatici (perché proprio non lo erano), ma almeno avevano un progetto, un’idea, voglia di investire. Di sicuro meglio di chi gli avrebbe fatto seguito.

La campagna acquisti per tentare la risalita fu importante. Qualche giocatore era stato confermato: Sterchele restava tra i pali, ma venne preso un secondo portiere, il giovane serbo Vlada Avramov; in difesa erano rimasti Belotti, Dal Canto, Tomas, Maggio e il giovane Faisca, a cui vennero aggiunti i difensori centrali Claudio Rivalta (dal Perugia) e Paolo Guastalvino (dall’Ancona). In mediana la squadra era stata quasi del tutto smantellata, ad eccezione del Professore Bernardini e Chicco Crovari, ma arrivarono ottimi giocatori: dal Piacenza giunse il centrocampista d’intelletto Paolo Cristallini, dalla Lucchese l’esterno Ivano della Morte, dal Bari il sopraffino mancino di Michele Marcolini, mentre dal Chievo arrivò un centrocampista con spiccate qualità offensive, Andrea Zanchetta; infine, venne aggregato dal vivaio il giovane Paolo Zanetti. In attacco giunsero gli investimenti più importanti: dall’Udinese arrivò quel Margiotta che l’anno prima ci aveva castigato al 94′, ma soprattutto giunse dal Torino uno strepitoso attaccante di categoria, dotato di un dribbling fulmineo, capace di esaltare qualsiasi tifoseria: Stefan Schwoch, bolzanino, fino a quel momento della carriera un grande zingaro del gol. I rincalzi presi per la verità lasciavano qualche dubbio: Jeda venne prestato al Siena, così giunsero Vincenzo Chianese dal Pescara, il giovane Alessandro Tulli dalla Roma, il togolese Kader dal Parma. L’acquisto più curioso fu quello del giovane paraguayano Julio Gonzales, acquistato dal Guaranì. Ma con quei due davanti, Schwoch e Margiotta, tutto sembrava possibile.

(Io spero che nella vostra vita abbiate visto giocare almeno un pomeriggio Stefan Schwoch)

Durante l’estate, venne organizzata un’amichevole che sapeva un po’ da rivincita: sotto un classico acquazzone estivo, venne il Chelsea al Menti. Assistii con mio padre dalla tribuna, per vedere un pari tra i miei amati biancorossi e quei dannati inglesi, che avevano rovinato il nostro sogno qualche anno prima. Finì in parità e vorrei tanto dirvi che esistono prove nel Web di quella partita a parte questo link, dove sono riportate le partite di quell’estate del Chelsea, ma purtroppo non è così, e dovrete fidarmi della mia memoria e della Wikipedia del Chelsea. Non so nemmeno chi segnò per loro, ma andarono in vantaggio; il pareggio, venne segnato da Firmani, in una delle sue ultime apparizioni in biancorosso, con un gran tiro al volo da oltre trenta metri; finì così, ma almeno c’era stata la soddisfazione di impedire a quel maledetto Chelsea di batterci ancora. Era stato un pareggio di buon auspicio per la stagione, che iniziò tre giorni dopo con il girone di coppa Italia a Crotone, dove il Lane chiuse sul pari contro i calabresi. Non potei vedere il successivo 3-1 al Pescara e nemmeno il pareggio a Messina che ci eliminò dalla coppa, perché in vacanza in Grecia coi miei assieme a Brock e la sua famiglia; quella stessa vacanza, tenne me e mio padre in apprensione per un intero pomeriggio speso al teatro di Epidauro e dintorni, mentre il Vicenza pareggiava 1-1 in casa con la Pistoiese, gol di Schwoch e pareggio di Banchelli. Il giorno del ritorno dal Peloponneso, appena sbarcati ad Ancona mio padre accorse a prendere la Gazzetta, tramite la quale apprendemmo con gioia che il Vicenza aveva liquidato 4-2 il Siena fuori casa; dopo aver chiuso sotto 2-1 il primo tempo, in cui avevano segnato l’ex Maurizio Rossi e Zampagna per i senesi, con in mezzo il momentaneo pari di Schwoch, il Lane aveva dilagato nella ripresa con un gol di Sommese e una doppietta di Margiotta. Di sicuro, una partita che lasciava ben sperare.

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Eugenio Fascetti ai tempi del Vicenza. Ah Gesù, quante aspettative mai rispettate (foto: raisport.it)

La settimana dopo, giunse un successo per 2-1 sul Cittadella con doppietta di Schwoch, a segno due volte dagli undici metri. Con un inizio così, chi poteva fermare questo Vicenza di Fascetti? Due giorni dopo, arrivò l’undici settembre. Come penso ognuno di voi che abbia vissuto quel giorno maledetto, mi ricordo dov’ero: mi trovavo a basket. Al tempo, mia madre mi aveva convinto a sperimentare vie alternative al calcio, non troppo convinta dalla mia crescente fede per il pallone e sempre pronta a scoraggiarne la strada. Quel pomeriggio andai all’allenamento di pallacanestro alla scuola media Ambrosoli di San Lazzaro; quando mamma mi venne a prendere aveva uno sguardo strano, distante. Mi parlò a malapena in macchina mentre andavamo dal macellaio, dove iniziai a capire che era successo qualcosa di grave, mentre mia madre chiedeva informazioni su di un quarto qualcosa che non sapevo cosa fosse. Giunto a casa capii, vedendo mio padre ed Harry incollati davanti allo schermo, mentre guardavano allibiti le due torri in fiamme, aspettandone soltanto il crollo. Rimanemmo allo schermo tutto il resto del pomeriggio, continuando a passare da un tg all’altro. Col tempo non ho mai ridimensionato l’accaduto, anche se ne ho radicalmente cambiato opinione; se quindici anni fa, per quel poco che ne capivo, potevo pensare che la guerra che scaturì da quell’evento fosse giusta, oggi ho cambiato idea. Un evento costruito a tavolino? Possibile. Di certo, esiste parecchio materiale che vi invito a guardare; io iniziai a cambiare idea vedendo il film-documentario Zeitgeist qualche anno fa, e per quanto in alcune parti sia grossolano e mal costruito, vale comunque la pena darci un’occhiata, almeno per aprirsi alla possibilità che non tutto quello che sappiamo a riguardo. Ve lo consiglio. Quell’evento capitalizzò l’attenzione di tutti per qualche giorno, e fu impossibile distaccarsene senza riuscire a parlarne; era una cosa che aveva sconvolto il mondo, un evento devastante che si era portato via migliaia di vite. Anche se l’angoscia maggiore mi venne lasciata dall’immagine delle persone che si lanciarono giù dalle torri prima del crollo, a desiderare di farla finita da soli piuttosto che aspettare l’inevitabile. Fu uno shock, un brusco pugno allo stomaco da parte della vita; l’idea che nel mondo ci fosse qualcuno di cattivo che vuole farti del male, senza nemmeno guardarti in faccia mi turbava parecchio.

I campionati si fermarono, ma più in generale il mondo si fermò e ci mise qualche giorno per riprendere il passo normale. Era stato un evento sconvolgente che aveva turbato tutti, me compreso. In seguito la vita riprese, anche se il terrorismo era nelle bocche di tutti; quanto sia stata ingigantita la bolla di Bin Laden a quei tempi è a dir poco preoccupante.

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Pur rimanendo in rosa per qualche anno, Guastalvino dopo un inizio brillante perse completamente la rotta. gioca ancora, in Eccellenza, nella formazione umbra del VillasanBiagio (foto: calciatori.it)

La partita prevista di lì a poco contro il Napoli venne spostata al primo novembre e il Vicenza riprese il campionato il 23 settembre contro la Ternana, giorno in cui tornai allo stadio dallo 0-3 con la Juventus della stagione precedente. Sotto la pioggia, per la prima volta da quando ho memoria io e mio padre andammo allo stadio in autobus. Correndo in strada per prendere il numero 1 in direzione Lerino che ci avrebbe portato al Menti, mio padre a un certo punto si voltò per capire dove fossi, pensandomi molto dietro; invece gli ero alle spalle. Credo sia l’unica volta nella mia vita in cui ho provocato del male fisico a mio padre: lo stesi brutalmente correndo, non lo feci apposta, ma praticamente lo falciai, squarciandone i pantaloni, il tutto sotto gli occhi divertiti dell’autista dell’autobus che garbatamente ci aspettò, comprendendo che la nostra foga era dovuta al timore di perdere quell’autobus.

Dagli spauracchi terroristici a quelli calcistici il passo fu breve: contro gli umbri, con mio padre al mio fianco sofferente, al 6′ del secondo tempo un giovanissimo Fabrizio Miccoli segnò in contropiede il vantaggio ternano, dopo più di un tempo di noia assoluta. Poco dopo però, Vincenzino Sommese trovò il pareggio con un diagonale dal lato sinistro dell’area; nell’ultima mezzora il Vicenza si riversò in avanti, ma non fu mai in grado di trovare il raddoppio.

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Davide Belotti al Vicenza giocò discreti anni, probabilmente i migliori della sua carriera. (foto: museodelvicenzacalcio1902)

Non era stato comunque un brutto pari, anche perché il Lane rimase imbattuto; il proseguio della stagione fu discreto. Uno 0-0 a Messina, un successo per 3-2 in casa sul Cosenza; non c’ero e se devo dire la verità faccio fatica a trovare le motivazioni della mia assenza, ma a ben guardare quell’anno e nei due successivi non andai spesso al Menti; nel mentre, il match interno contro il Bari venne rinviato a dicembre. Ero troppo piccolo per frequentare lo stadio da solo e spesso la domenica io e mio padre ci trovavamo incastrati in altri impegni familiari, di gran lunga meno appetitosi ma in cui certamente la nostra presenza era obbligatoria. La sera di lunedì 15 ottobre, io e mio padre c’incollammo alla radio per sentire Vicenza-Crotone.

Fu un match allucinante, soprattutto a ripensarci alla radio: il Vicenza passò in vantaggio con una rete di Zanchetta, prima di venire raggiunto da un centro di Juric. Quindi, in avvio di ripresa, il Crotone raddoppiò con l’ex Artistico. Il Vicenza macinò gioco e ribaltò ulteriormente il risultato, con i gol di Margiotta e Marcolini. Il Crotone ci assaltò, mentre io e mio padre restavamo incollati all’apparecchio. Ma quando sembrava possibile portarla a casa, accadde l’impensabile. Proverò a raccontarvi quello che successe, rammentandomi le parole di Corrado Ferretto, storico commentatore di Radio Vicenza: su un calcio d’angolo per gli avversari, Belotti anticipò tutti, soprattutto Sterchele, nel tentativo di rinviare lungo; la palla s’impennò e assunse una traiettoria maldestra, tornando verso la porta e insaccandosi alle spalle del portiere biancorosso. Con 10′ da giocare però, c’era ancora la possibilità di vincerla; e infatti il Vicenza la vinse, con Schwoch che riuscì a trovare la via del gol, mentre io e mio padre urlavamo per la casa. Due settimane dopo, al Menti, sarebbe arrivato il Modena, in una partita che era già uno scontro diretto, tra le due squadre ancora imbattute in campionato. La classifica era:

Modena, Reggina 18

Vicenza, Ancona 15

Empoli, Genoa 14

Como 13

Salernitana, Palermo, Bari 11

Sampdoria, Napoli, Messina 10

Ternana, Crotone, Cosenza 8

Cittadella 7

Siena 6

Cagliari 5

Pistoiese 3

Con queste premesse, i canarini giunsero al Menti. Davanti ad oltre 12’000 tifosi, accadde qualcosa che tuttora penso di non averlo vissuto per davvero. Quella partita è ovattata nella mia memoria, qualcosa di brutale; probabilmente, il concetto di infanzia felice per me è terminato quel pomeriggio di domenica 28 ottobre 2001. Dopo dei buoni primi 20′, il Vicenza rimase alla mercé del Modena, che ci sotterrò 5-0 segnando tutti i gol a cavallo tra il 23′ del primo tempo e il 12′ della ripresa; il Lane non sembrava nemmeno in campo, completamente avvilito dal gioco dei canarini di De Biasi. Penso che le immagini parlino da sole, io tuttora non riesco ancora a finalizzare un discorso su quella partita, nemmeno a distanza di quasi quindici anni.

(Ci sono momenti in cui capisci che la tua vita sta cambiando. In peggio. Vicenza – Modena 0-5 è sicuramente uno di quei momenti)

Quella sconfitta non avvilì solo me, ma penso quasi tutto il mondo biancorosso, tifosi e squadra compresi. Il Vicenza non si riebbe: nel recupero contro il Napoli, giocato a Benevento, la partita terminò 0-0, come zero erano state le occasioni per entrambe le squadre. Quindi, il Vicenza iniziò a sbandare: a Como, i lariani vinsero di misura con una rete di Oliveira; dopo un successo contro l’Ancona per 2-1, giunsero due pareggi contro Genoa e Salernitana. Non era solo drammatico il fatto che il Vicenza andasse male: a rincarare la dose ci penso lo scoramento che quella sconfitta con il Modena aveva causato a mio padre, che per un po’ decise di non andare allo stadio. Al 2 dicembre comunque, la classifica non era ancora drammatica: il Vicenza era comunque quinto a pari merito con il Genoa, a quattro punti dal quarto posto. Ma le prime stavano scappando: Empoli, Modena, Reggina e Como sembravano fare un campionato a se stante. Quel pomeriggio di fine 2001 arrivò proprio l’Empoli a far visita al Vicenza; io ero in montagna a sciare con la famiglia di Brock e ancora ricordo quando chiesi a suo padre di ascoltare gli ultimi minuti di partita alla radio. Scoprii che il Vicenza stava vincendo 1-0, gol di Schwoch, pur avendo sbagliato un rigore; potevamo rilanciarci in classifica, accade il dramma. Quell’Empoli schierava in attacco Di Natale, Rocchi e Maccarone; fu Totò a rimettere sul pari la sfida al minuto 88. Un pari poteva andare bene, anche se ci teneva a distanza. Ci pensò Mark Bresciano a giustiziarsi, mentre ascoltavo disperato la radio in macchina, nel silenzio attonito del padre del mio amico, juventino ma comunque affezionato alla squadra della sua città.

(Oggi è stata la prima volta in vita che vedo questi due gol; facevo anche a meno magari)

La settimana dopo i biancorossi vinsero 3-1 a Palermo, cercando di risollevarsi, ma la settimana seguente caddero per la quarta volta su quattro in uno scontro diretto, questa volta in casa contro la Reggina. Seguì il successo col Bari nel recupero con un rigore di Margiotta, quindi il Lane perse 2-1 a Genova contro la Sampdoria, squadra che attraversava un periodo di crisi. La sconfitta costò la panchina a Fascetti, ma la verità era che la squadra non girava: Schwoch si era prima infortunato, quindi aveva fatto fatica a riprendere il ritmo; la squadra giocava in maniera sfilacciata, disunita e quella sconfitta con il Modena aveva colpito duramente l’ambiente. I rincalzi poi, non erano davvero all’altezza: Sommese andò via a gennaio, Chianese e Tulli quando impiegati furono completamente avulsi, Guastalvino si perse completamente dopo un avvio brillante; questo nonostante un Margiotta in forma smagliante e giocatori che davano sempre più sicurezze, come Rivalta, Marcolini e Zanchetta. Durante le vacanze di Natale che seguirono, litigai aspramente con mio padre, che mi stava negando di non andare allo stadio. In realtà, il lavoro che aveva all’epoca, per quanto gli permettesse di lavorare in città, lo teneva spesso occupato la domenica; in più, lui e mamma stavano iniziando a lavorare insieme su un progetto comune, un settimanale giornalistico da lanciare in città. Tuttavia, il mio spingere convinse mio padre ad andare allo stadio per l’ultima giornata del girone d’andata, un mesto 0-0 in casa contro il Cagliari, con il Vicenza ridotto in dieci al 45′ per un’espulsione di Zanetti e la nuova accoppiata Moro-Viviani in panchina.

Poche settimane dopo, io e papà tornammo in trasferta, a Padova contro il Cittadella. Fu un pomeriggio strano: il Citta giocava per salvarsi mentre noi ancora cercavamo vagamente di riprendere il treno play-off, dopo aver pareggiato 1-1 a Pistoia e battuto il Siena in casa 2-1. Non andammo nel settore ospiti, invaso dai tifosi biancorossi, ma ci accomodammo invece sul lato destro dei distinti, dove gli unici cinque spettatori eravamo io, mio padre e tre ragazzi che tifavano Cittadella, chiaramente ubriachi. Quel giorno, a Vicenza tornò in campo Gabriele Ambrosetti, reduce da un periodo in prestito al Piacenza dal Chelsea; in realtà, Ambro ormai aveva passato il suo momento migliore, ma fu un vero piacere poterlo rivedere in maglia biancorossa

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Ambrosetti duella con un difensore del Cittadella, in quel 2-2 giocato a Padova. (foto: ilgiornaledivicenza.it)

. Dopo il vantaggio iniziale di Margiotta, i padroni di casa rimontarono e andarono sul 2-1, anche se più che dalla partita rimasi incuriosito dai tre tifosi del Cittadella, che ad ogni gol iniziavano a rotolare giù per le scale impazziti. Al 90′, Margiotta pareggiò per il 2-2 finale, mentre i tifosi iniziavano a contestare: non potevano sopportare quel Vicenza asfittico e scoglionato a cui dovevano assistere in quel periodo periodo, per di più nell’anno del centenario biancorosso. Fu proprio a causa del centenario, che mi venne fatto uno dei regali di compleanno più belli di sempre.

La settimana dopo il pareggio contro il Cittadella era il mio compleanno. In quella stagione, ai bambini che compivano gli anni era permesso di scendere in campo all’inizio della partita portati per mano dal capitano del Lane, indossando una maglia tributo del centenario. Mesi prima, avevo espresso a mio padre il piacere che avrei provato nel fare una cosa del genere. Il giorno del mio compleanno, i miei genitori mi regalarono la maglia commemorativa del centenario e mi invitarono a vestirmi in completo da calcio per andare alla partita. Per quanto trovassi inusuale la cosa (avrei dovuto almeno pormi delle domande), accettai di buon grado, troppo contento di quel meraviglioso regalo, una numero 10 con la R della Lanerossi. All’arrivo al Menti, venni portato nel tunnel degli spogliatoi e mio padre mi disse, “Buon compleanno, so che è quello che volevi.”. A quel punto iniziai a capire e ne ebbi la certezza qualche istante dopo, quando capitan Dal Canto prese me e un’altra bambina per mano e ci portò sul terreno del Menti, nel boato del pubblico mentre le squadre entravano in campo. Il bambino che si vede all’inizio di questo video, di fianco all’arbitro, sono io.

(Dailymotion mi dà sempre problemi quando lo uso per un video)

Il successo con il Napoli venne controbilanciato presto da una sconfitta per 3-1 a Terni. Persi il successivo match interno, il 24 febbraio, contro il Messina, in quanto in quella data feci la mia prima comunione. Seguirono un paio di sconfitte, mentre il treno promozione scappava; e quando sembrò possibile riprenderlo, dopo il successo a Modena, ogni speranza crollò nel match interno contro il Como. Schwoch portò in vantaggio il Vicenza, quindi Oliveira e Colacone ci giustiziarono in rimonta. Il resto del campionato fu uno stanco trascinarsi fino alla trentottesima giornata; sotterrati dall’avvilimento di essere andati distantissimi dall’obiettivo prefissato, consapevoli di un altro anno d’inferno alle porte. Io, di per me, ero andato poco allo stadio e non sapevo che in realtà ci sarei andato poco anche l’anno dopo, quando sulla panchina del Vicenza sarebbe arrivato tale Andrea Mandorlini. Ma questa storia è del prossimo capitolo.

Sabato giochiamo una partita importante, contro lo Spezia in casa. Mandato via Marino, è arrivato Lerda. Speriamo bene, ma possiamo farcela.

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