I Villanova Wildcats

Stanotte, ore 3 e 15 italiane, all’NRG (da leggere Energi) Stadium di Houston, Texas, i Villanova Wildcats hanno vinto per la seconda volta nella loro storia il titolo NCAA. Dopo un mese di March of Madness, il torneo ad eliminazione diretta, Villanova ha avuto la meglio sui favoriti, i North Carolina tar Heels, con un tiro sulla sirena di Kris Jenkins: dopo trentun anni, i Wildcats sono di nuovo campioni, anche se con molte differenze tra i due titoli. E allora, facciamo un viaggio a scoprire la storia dei Villanova Wildcats, una delle outsider per eccellenza del torneo NCAA.

Sì, ma prima di tutto: dove minchia sta Villanova? Beh, Villanova University si trova a Radnor Township, piccola cittadina da poco più di 30’000, nel sud-est della Pennsylvania, non molto distante da Philadelphia.

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La chiesa episcopale di Saint David (reperita su Wikipedia)

Non c’è granché a Radnor a parte l’università: basti pensare che oltre tremila dei residenti della città lavora nel college per intuire che a parte la Villanova University e la splendida chiesa episcopale di Saint David costruita nel 1715 non ci sia molto da vedere. Però ci sono i Villanova Wildcats da vedere, quelli sì.

 

L’università viene costruita nel 1841 per volere della comunità di frati augustini residente a Radnor. Il basket compare nel 1921 e sin da subito Villanova costruisce una solida tradizione cestistica all’interno del college. I primi fasti della squadra risalgono al 1939, quando la squadra in maglia blu, sotto la guida di Al Severance (coach dal 1936 al 1961) ottiene il pass per le prime Final Four nella storia della NCAA, venendo sconfitta in semifinale da Ohio State.

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Al Severance, direttamente dal sito di Villanova.

Dopo un periodo avaro di soddisfazioni, a fine anni quaranta Villanova conosce probabilmente il suo giocatore più forte di sempre, l’Hall of Famer Paul Arizin. Il futuro giocatore dei Philadelphia Warriors e dieci volte All Star, per tre anni è il grande trascinatore della squadra: il 12 febbraio 1949 realizza 85 punti (85!!) in un solo incontro (in un amichevole contro una squadra giovanile scollina pure oltre i 100, tanto per far capire che tipo di giocatore fosse) e il marzo successivo porta i suoi fino alle Elite Eight (i quarti di finale), dove però i Wildcats si arrendono agli omonimi di Kentucky. Dopo l’addio di Arizin, Villanova attraversa un periodo abbastanza buio: nel 1961, coach Severance lascia dopo venticinque anni la panchina dei Wildcats, sostituito da Jack Kraft.

(Ma voi avete mai visto un video di Paul Arizin? Secondo me no.)

Dopo un’altra uscita alle Elite Eight nel 1962, l’apice del ciclo del nuovo allenatore viene toccato a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, quando grazie ad un manipolo di buoni giocatori come Howard Porter, Clarence Smith, Hank Siemiontkowski, Chris Ford eTom Ingelsby, i Wildcats costruiscono uno dei cicli più fortunati della loro storia. Nel 1970 arriva l’ennesima eliminazione alle Elite Eight, per mano della sorprendente Saint Bonaventure University, ma l’anno dopo Villanova, trascinata da Porter in campo, raggiunge le finali NCAA per la prima volta nella sua storia. Le speranze dell’università della Pennsylvania si infrangono contro la dominatrice di quegli anni, UCLA, giunta al settimo titolo consecutivo.

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Howard Porter vola a stoppare un avversario di UCLA durante la finale per il titolo del 1971. (AP Photo/Houston Chronicle, Sam C. Pierson Jr.)

Ciononostante, Porter viene eletto miglior giocatore del torneo finale, ma l’enfasi dura poco, perché si viene a scoprire che Porter ha firmato un contratto da professionista a stagione in corso: non essendo permesso dalla NCAA, la lega rende invalidi i risultati ottenuti dalla squadra durante l’anno e revoca al giocatore il premio di miglior giocatore. La stagione successiva, Villanova va fuori alle Sweet Sixteen (gli ottavi di finale) e nel 1973 Jack Kraft lascia dopo dodici anni, una finale persa e sei apparizioni complessive ai play-off. Bisogna ricominciare e viene individuato come nuovo capo allenatore Rollie Massimino, da poco entrato nel giro della pallacanestro collegiale; è un coach giovane che viene da due stagioni a Stony Brook e una come assistente del grande Chuck Daly a Penn State.

Con Massimino in panchina i primi anni non sono dei più semplici: per un po’, Villanova sparisce dai radar del torneo NCAA. Nella seconda metà degli anni ’70, i Wildcats tornano prepotentemente alla ribalta: Massimino mette insieme una squadra di tutto rispetto che può contare sull’ala piccola Alex Bradley, la guardia tiratrice Keith Herron e soprattutto il playmaker Rory Sparrow, specialista nel decidere le partite sulla sirena. Con questi tre a guidare i Wildcats, Villanova nel 1978 riesce a tornare alla March of Madness: dopo aver battuto La Salle al primo turno, la squadra di Massimino si trova ad affrontare la difficile partita contro Indiana.

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Figurina firmata di Keith Herron in maglia Detroit Pistons. Amazon informa che non sa quando l’articolo sarà di nuovo disponibile

Il match è tirato, ma alla fine Villanova vince grazie ad un tiro allo scadere di Sparrow, tornando così alle Elite Eight dopo sette anni. Ancora una volta però, sarà il turno fatale alla squadra: contro Duke non c’è niente da fare e Villanova esce sconfitta nettamente. Herron prende la via della NBA (si ritirerà quasi subito, nel 1982), rimpiazzato a dovere da Stewart Granger, giocatore dai tanti punti nelle mani, a cui va aggiunta l’ala grande John Pinone. Nel 1980, i Wildcats abbandonano la Conference Eastern-8 per iscriversi alla neonata Big East, in cui tuttora militano. È una Conference competitiva e piena di rivalità: Georgetown Hoyas, Syracuse Nationals, St. John’s Red Storm, Seton Hall Pirates, Connecticut Huskies. Quello stesso anno, Villanova ritorna alla March of Madness da cui esce eliminata al secondo turno, per mano proprio di Syracuse; Sparrow poco dopo va in NBA dove costruirà una solida carriera da comprimario; nel 1981, dopo un’altra eliminazione al secondo turno, questa volta per mano di Virginia, va via anche Bradley, destinato a fare fortune in Europa dove sbarcherà nel 1982 per vestire la maglia di Mestre. Rimangono Pinone e Granger, ma intorno bisogna ricostruire.

(Comunque Rory Sparrow ne ha fatte di cose interessanti in NBA, chiedere ai Denver Nuggets, qui da lui massacrati durante la sua permanenza ai Miami Heat)

Il problema della squadra di Massimino è che Villanova manca di crediblità: i Wildcats, pur facendo ottime stagioni, perdono regolarmente le finali per il titolo della Conference (Syracuse e Georgetown battono i Wildcats in finale nel biennio ’81-’82) e fanno poca strada alla March of Madness. Dopo l’eliminazione contro Virginia, il coach si dà ad un reclutamento di massa: giungono l’ala Ed Pinckney, la guardia Dwayne McClain e il playmaker Gary McLain. Il terzetto sarà consociuto come The Expansion Crew: i nuovi giovani giunti in squadra, prendono per mano Villanova ma giungono ancora due cocenti eliminazioni alle Elite Eight: la prima volta contro i North Carolina Tar Heels di Jordan, la seconda contro gli Houston Cougars di Hakeem Olajuwon. Nel frattempo, è arrivato a rinforzare la squadra Harold Pressley, ala piccola, e l’anno dopo si aggiunge al gruppo Harold Jensen, un’altra guardia. Nel 1983, il draft si porta via Pinone (scelto dagli Atlanta Hawks, avrà poi una grande carriera in Spagna con la maglia dell’Estudiantes) e Stewart Granger (Cleveland Cavaliers, poi tanta CBA e la chiusura di carriera in Svezia). La verità è che la succitata Expansion Crew, pur essendo costituita da buoni giocatori, non sembra all’altezza di chi li ha preceduti: le conferme sembrano arrivare nel 1984, quando i Wildcats si arrendono al secondo turno contro Illinois e Villanova sembra destinata a sparire nel dimenticatoio da cui era venuta. Non sarà così.

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Foto di squadra per la stagione 1984-85 dei Villanova Wildcats. In alto da sinistra:  Maker, Pinckney, Plansky, Pressley, coach Massimino, McClain, Brown ed Everson. In basso da sinistra: Wilburm Dawson, Massimino Jr., McLain, Harrington, Jensen e Steve Pinone. (foto di Vuhoops)

La stagione 1984-85 è l’ultima della Expansion Crew: il terzetto, giunto a questo punto, è riuscito a sviluppare una certa chimica in campo. Sono tutti giocatori più che discreti e comunque con un possibile futuro in NBA, ma non sembrano in grado di poter conquistare il titolo NCAA. Già l’ingresso alla March of Madness sembra un buon risultato. La regular season viene chiusa con un discreto quarto posto e nel torneo della Big East i Wildcats escono come da pronostico in semifinale, battuti da St John’s; durante l’anno, Pressley è il primo giocatore a fare una tripla doppia nella storia della Conference, confezionando una prestazione da 19 punti, 15 rimbalzi e 10 stoppate contro Providence. Villanova riesce comunque ad accedere al torneo NCAA, anche se nessuno avrebbe un nichelino da spendere sui Wildcats: Villanova ha la testa di serie numero 8, che vuol dire incontrare con ogni probabilità Michigan, testa di serie numero 1, al secondo turno ed essere conseguentemente eliminati. Senza contare che già al primo turno, Villanova fatica non poco a vincere, perché l’avversaria è Dayton, che gioca in casa: i Flyers, pur se inferiori a roster, fanno del pubblico il loro giocatore aggiunto, ma i Wildcats conquistano comunque la vittoria per 51-49, con Pinckney in campo per tutti i 40′ della partita e autore di una prestazione superba da 20 punti e 6 rimbalzi. L’idea di Massimino per fare strada nel torneo è questa: far giocare i titolari (Pinckney, McLain, McClain, Jensen e Pressley) tutti i minuti possibili, usare il sesto uomo Dwight Wilbur come riserva tutto fare e lasciare gli scampoli agli altri (su tutti Mark Plansky e Chuck Everson). Sembra una tattica anche discreta per battere Dayton, ma in che modo si può avere la meglio di Michigan?

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Ed Pinckney vs Patrick Ewing, sfida tra titani (foto vuhoops)

Oltretutto, la Villanova di Massimino è una squadra completamente atipica, che gioca una small ball (per chi non ha familiarità con il termine, si tratta di schierare i giocatori in ruoli che non gli sono consoni da un punto di vista di dimensioni fisiche, favorendo quindi l’entrata a canestro al gioco in post e la velocità alla fisicità) vent’anni prima che il termine entri in uso, utilizzando Pinckney come centro anziché ala, Pressley e McClain come ali, Jensen guardia e McLain playmaker. Oltretutto, se già Dayton mette in difficoltà i Wildcats, i Wolverines, che nel frattempo hanno passato il turno come previsto, dovrebbero avere vita facile. Eppure…

 

Contro Michigan, guidata in campo da Roy Tarpley e Gary Grant, Villanova compie la prima grande impresa della sua March of Madnes. Pinckney viene francobollato in difesa, questi risponde caricando di falli gli avversari e facendosi diversi giri in lunetta: chiude la partita con 14 punti e 10/11 dalla linea della carità, con 7 rimbalzi. Al resto ci pensa Dwayne McClain, che sforna un ventello: Villanova chiude avanti di quattro punti nel primo tempo e resiste al ritorno rabbioso dei Wolverines, cui non basta la doppia doppia da 14 punti e 13 rimbalzi di Tarpley. Villanova accede alle Sweet Sixteen, avversaria Maryland del compianto ma allora temuto Len Bias e di Adrian Branch. Si gioca a Birmingham in Alabama ed è una partita ad alto contenuto tecnico difensivo: nessuna delle due squadre alla fine raggiunge i cinquanta punti. Massimino si trova poi con il suo bel da fare: Jensen è in serata no al tiro e Pinckney ha problemi di falli. Per ovviare a questi problemi, per la prima volta nel torneo il coach ricorre alla panchina, trovando punti e giocate preziose da Mark Plansky (4 punti, 4 rimbalzi e 2 assist e se pensate che siano cifre misere rapportatelo al fatto che Villanova segna 46 punti) e dando fiducia anche a Chuck Everson. Pickney è comunque superbo: doppia doppia da 16 punti e 13 rimbalzi, cui si aggiungono i 12 di McClain. Basta per avere la meglio di Maryland, che paga l’appoggiarsi offensivamente soltanto a due giocatori.

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Gary McLain in azione con la maglia di Villanova, l’unica della sua carriera

A Villanova basta limitarne uno: Branch a fine partita mette a referto 21 punti, ma è Bias quello che si prende maggiori attenzioni dai Wildcats, pagando severamente dazio e chiudendo con 8 punti e un misero 4/13 al tiro. Finale 46-43, Villanova alle Elite Eight contro North Carolina, testa di serie numero 2 e arrivata come da pronostico in finale.

 

I Tar Heels, che possono contare su Kenny Smith e Brad Daugherty, sono chiaramente favoriti e non si lasciano per nulla intimorire dal percorso compiuto fino a quel momento da Villanova: nel primo tempo, North Carolina conduce la sfida e concede soltanto 17 punti ai Wildcats, che sarebbero 14 se McClain non completasse un gioco da tre punti sulla sirena. Ma Villanova è ben distante dall’arrendersi: i Wildcats si prodigano in una pressione difensiva asfissiante, demolendo i Tar Heels e, dopo un avvio punto a punto, Villanova infila un parziale di 10-0 che ribalta la partita. Poi, con il punteggio sul 35-31 a metà secondo tempo i Wildcats prendono il largo e scappano via, grazie a una prova maiuscola di tutto il collettivo e ben quattro giocatori su cinque in doppia cifra. Finisce 56-44 e per la prima volta dal 1971, la terza nella storia, Villanova torna alle Final Four, da giocarsi a Lexington, Kentucky.

Gli avversari in semifinale sono i Memphis State Tigers, che hanno eliminato Oklahoma. Ma per i Wildcats è quasi più interessante l’altra semifinale, in cui si affrontano Georgetown e St John’s, le altre squadre della Big East, contro cui Villanova va spesso ad infrangersi nel torneo della Conference. Andare in finale significa giocare contro una rivale storica, con cui prendersi finalmente una rivincita dopo anni di sconfitte nei momenti decisivi. Come contro North Carolina, dopo il primo tempo chiuso in parità, Villanova si scatena, pressando difensivamente e asfissiando gli avversari che alla fine cedono: i Wildcats vincono e accedono alle Final Four; mattatori McClain con 19 punti e Pinckney con 12 e 9 rimbalzi. In finale arriva Georgetown guidata da Patrick Ewing, con St. John’s facilmente massacrata dagli Hoyas.

In finale, Massimino decide di affidarsi ai suoi uomini: giocano in cinque, quei cinque, i suoi cinque. McClain, McLain, Pressey, Jensen, Pinckney. Agli altri qualche scampolo per permettere ai titolari di riposare, ma davvero misero (Plansky gioca 4′ ed è il giocatore più a lungo in campo se si esclude il quintetto base).

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Harold Jensen sgomita tra le maglie di Dayton

Georgetown fa paura: come centro può schierare Patrick Ewing, a cui aggiungono ottimi giocatori quali David Wingate, Bill Martin, Michael Jackson, Reggie Williams. Ma ormai, i Wildcats sono galvanizzati: questa è davvero la chance della vita, la possibilità di fare la storia. La squadra su cui nessuno avrebbe puntato un dollaro che fa fuori una serie di avversarie più quotate e arriva fino a vincere il titolo nazionale. Non solo: Villanova ha una motivazione extra. Nel giorno della finale infatti, è scomparso all’età di ottant’anni Al Severance, mancato la mattina stessa della sfida. Bisogna vincere anche per lui, che aveva messo Villanova sulla mappa per primo. E Villanova vince: la sfida è tesissima, rimane punto a punto per tutti i 40′, ma nella ripresa i Wildcats guadagnano quel minimo di vantaggio che poi difendono con le unghie nei minuti finali. McClain fa 17 punti, Pinckney 16, Jensen 14 con 5/5 dal campo, Pressley 11: è il trionfo, Georgetown nel finale cerca inutilmente di riportarsi sotto, torna fino a due punti di distanza, ma si divora letteralmente l’ultimo possesso offensivo. A nulla servono i 16 punti di Wingate e i 14 di Ewing, la storia vuole i Wildcats. Sull’ultima rimessa, con 2 secondi da giocare, Pressey cade a contatto con un avversario: Jensen gli mette la palla tra le mani e basta aspettare due secondi. Villanova è campione nazionale, per la prima volta nella sua storia.

 

(Immagini di repertorio che vale la pena vedere. Sul Tubo comunque trovate le partite contro North Carolina, Memphis State e Georgetown complete e vale la pena darci un occhio)

Il trionfo di Villanova, raccontato anche in un libro chiamato The Perfect Game, è tuttora un successo indelebile e quasi irripetibile nel basket universitario. Quell’estate, la squadra si smembrò: Pinckney, eletto miglior giocatore delle Final Four, ebbe una solida carriera NBA, girovagando tra varie squadre fino al 1997; McClain fece meno fortuna e spese buona parte della carriera in campionati americani minori; McLain, pur se selezionato dai New Jersey Nets, decise di smettere col basket e tornerà alla ribalta solo un paio d’anni dopo, confessando il suo abuso di cocaina durante il periodo del college, anche prima della sfida contro Memphis State. Pressley giocò a lungo nei Kings, prima di andare in Spagna al Badalona, mentre Jensen giocò altri due anni a Villanova cui fece seguito una stagione nell’UBDL, uno dei vari campionati minori di basket americano, prima di smettere. Massimino continuò ad allenare i Wildcats fino al 1992. Allena tuttora, ad ottantuno anni suonati, a Keiser University, Florida, nel campionato NAIA, il campionato per piccole università.

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I Wildcats in tripudio dopo aver vinto il titolo nel 1985

Gli anni successivi al titolo sono duri per Villanova: con Massimino arrivano altre qualificazioni alla March of Madness, ma solo una volta, nel 1988, vengono raggiunte le Sweet Sixteen. Massimino viene sostituito da Steve Lappas, che pur potendo contare su di una squadra di notevole livello e sulla stella Kerry Kittles, il miglior marcatore nella storia dei Wildcats, non riesce mai a portare la squadra oltre il secondo turno; l’unica soddisfazione è rappresentata dal primo titolo della Big East, vinto nel 1995. Lappas lascia nel 2001 e viene sostituito da Jay Wright, assistente di Massimino negli ultimi anni a Villanova e, successivamente a UNLV. Wright piano piano rimette in carreggiata i Wildcats, avviando un ciclo di ottimi giocatori: solo per citarne alcuni, Randy Foye, Kyle Lowry, Dante Cunningham, Allan Ray. Nel 2009, i Wildcats sono tornano alle Final Four dopo più di vent’anni, perdendo in semifinale contro North Carolina. Ma i tifosi di Villanova non hanno dovuto aspettare di nuovo così tanto per rivedere la squadra giocarsi il titolo. E chiudiamo il ciclo, arrivando ad oggi.

(Godetevi un po’ di Kerry Kittles, miglior marcatore della storia dei Wildcats)

Nell’autunno 2012, arriva a Villanova un nuovo giocatore: è l’italo-americano Ryan Arcidiacono. Sin dal suo arrivo, Arcidiacono, che è cresciuto a mezzora di distanza dall’università e tifa Wildcats sin da quando è bambino, prende per mano la squadra, diventandone il leader morale. Tuttavia, il primo anno arriva una cocente eliminazione al primo turno, per mano di North Carolina; non va meglio al secondo, quando la corsa si ferma al secondo turno per mano di Connecticut. Ma nel frattempo, i Wildcats mettono insieme i pezzi per una nuova squadra vincente, costruendo un backcourt importante con l’innesto di ottimi giocatori, come Phil Booth, Josh Hart, Jalen Brunson. Nel 2015, i Wildcats vincono per la seconda volta il titolo della Big East; partiti con grandi aspettative alla March of Madness, vengono però sconfitti a sorpresa al secondo turno da North Carolina State (da non confondere con North Carolina). Nell’ultimo anno di Arcidiacono, Villanova viene sconfitta nella finale della Big East da Seton Hall. Dopo quella sconfitta, nella testa del suo uomo migliore e di tutta la squadra scatta una molla: giocando in questo modo, Villanova verrà di nuovo eliminata anticipatamente. Così, quando inizia la March of Madness, i Wildcats sono un rullo compressore: 30 punti di scarto ad Asheville, 19 ad Iowa, 23 a Florida. Alle Elite Eight, Villanova conquista le Final Four sconfiggendo Kentucky in un match combattuto e, nella semifinale di Houston, rifila 44 punti di differenza ad Oklahoma, 95-51. In finale, una vecchia conoscenza: North Carolina, che contro Villanova è imbattuta da 31 anni, dalla corsa per il titolo del 1985. Da quel momento, i Tar Heels hanno sempre avuto la meglio sui Wildcats al torneo: secondo turno nel 1991, Sweet Sixteen nel 2005, semifinali per il titolo nel 2009, primo turno nel 2013. Bisogna prendersi una rivincita.

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Ryan Arcidiacono in azione (foto GettyImages)

La finale è una finale bellissima: le due squadre hanno battagliano per tutta la partita, continuando a sorpassarsi nell’arco di tutti i 40′. Guidati da Arcidiacono, i Wildcats impongono il loro gioco corale e la loro difesa dura contro il talento a briglie sciolte dei Tar Heels. Tuttavia, sul finire di primo tempo, North Carolina potrebbe scappare in avanti, ma una strepitosa giocata difensiva di Hart, che stoppa Jackson evitando il +9 Tar Heels; sul ribaltamento di fronte, Phil Booth si alza per un jumper dai cinque metri per l’improvviso e inaspettato -5 che riapre la sfida. È proprio Booth l’uomo che si carica North Carolina nel momento del bisogno: realizza 20 punti nella sfida con un solo errore al tiro e permette ai suoi di restare in vantaggio quando, con North Carolina in rimonta, Villanova riesce a restare aggrappata al vantaggio. Ma a 5”, North Carolina torna finalmente in parità: 74-74, una sola azione da giocare. Ai supplementari potrebbe essere difficile tenere a bada North Carolina e il suo talento straripante. Ma l’overtime non serve: Arcidiacono scatta nella metà campo avversaria, palla in mano, e la consegna nelle mani dell’ala kris Jenkins. Questi, da otto metri, lascia partire una tripla morbidissima, che esegue una parabola splendida e si infila nel canestro giusto qualche attimo dopo che è suonata la sirena di fine tempo. I Villanova Wildcats sono campioni nazionali per la seconda volta nella loro storia.

(Se non l’avete visto, gustatevelo tutto)

Anche Massimino è presente, seduto sulla panchina assieme a quello che fu il suo assistente. I giocatori si buttano tutti su Jenkins mentre il pubblico va in delirio. Villanova vince di nuovo schierando una squadra atipica, senza lunghi di peso (il giocatore più alto, Tim Delaney, non supera i 2.08 metri), preferendo una pallacanestro di squadra a quella più tradizionale dei college odierni, che mirano a poggiare i loro successi sul talento individuale dei singoli e costruirgli la squadra intorno. A dimostrazione di questo, il fatto che Villanova sembra non fornirà grandi giocatori alla NBA: pare che nemmeno Arcidiacono si possa guadagnare una chiamata al Draft, anche se ovviamente le sue quotazioni sono in rialzo dopo la finale. Ma d’altronde, Villanova è così: una squadra che vince giocando in maniera atipica, senza stelle ma grande cuore. Oggi come nel 1985.

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