Le Classiche del Ciclismo: Milano-Sanremo 1977

La stagione del ciclismo è appena iniziata: come da tradizione, le prime competizioni sono due brevi corse a tappe, la Parigi-Nizza, vinta quest’anno dall’inglese Thomas, e la Tirreno-Adriatico, conquistata dal belga Van Aevermat. Sono dei piccoli prologhi a quello che sta per arrivare: i grandi giri e le classiche monumento. Da qui in avanti, ogni qual volta ci sarà un grande giro o una Classica, A Tifare Golia non c’è Gusto aprirà finalmente al ciclismo, raccontando di corse e personaggi che hanno fatto la storia delle due ruote. Saranno magari pezzi un po’ più brevi del solito, ma spero ugualmente soddisfacenti. Oggi è il giorno della Milano-Sanremo, giunta ormai alla centosettesima edizione. L’edizione di cui andiamo a parlare è quella del 1977, una delle passate edizioni più sorprendenti di sempre.

Ai nastri della partenza dell’edizione numero sessantotto della Classicissima, i favoriti per la vittoria finale in terra ligure sono senza dubbio i belgi: vincitori otto volte nelle undici edizioni precedenti, i ciclisti fiamminghi sono nel loro periodo di massimo splendore di sempre, grazie soprattutto ad Eddie Merckx. Il cannibale, per la verità, si presenta alla Milano-Sanremo 1977 ormai in fase calante nella sua carriera, dopo aver dominato in lungo e in largo nelle ultime stagioni,

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Roger de Vlaeminck in azione; alla partenza da Milano, uno dei favoriti assoluti per la vittoria nella Milano-Sanremo 1977.

ma rimane comunque pericoloso. Oltre a lui però, il Belgio ha altre frecce al suo arco: in primo luogo, il fresco campione del mondo Freddy Maertens, che aveva conquistato l’anno prima il mondiale ad Ostuni; quindi, lo specialista di corse in un giorno Roger de Vlaeminck, desideroso di ripetersi dopo il successo del 1973. L’Italia non ha molte carte da giocarsi: il giovanissimo ventenne Giuseppe Saronni, promessa delle due ruote azzurre, ma è all’esordio nelle classiche monumento; qualche speranza risiede anche in un attacco dalla distanza di Baronchelli o di Moser. Ma la Classica di Primavera, si sa, è una corsa tipica per velocisti e i due italiani più accreditati in volata, Felice Gimondi e Marino Basso, sono entrambi a fine carriera e non sembrano avere molte chance. Il velocista azzurro più in forma è quindi Pierino Gavazzi, che però fino a quel momento non è mai riuscito ad imporsi in una corsa da un giorno di alto livello. Insomma, sembra tutto pronto per un dominio belga, al massimo belga-italiano. Ma c’è qualcuno che, nell’ombra, sta preparando un colpo, lontano dai riflettori dei favoriti.

Come di consueto, la corsa si svolge il 19 marzo e si snoda per 288 chilometri, dal capoluogo lombardo fino alla Liguria. Se non siete avvezzi al ciclismo, è importante sapere questo sulla Milano-Sanremo: come detto in precedenza, è una classica tradizionalmente per velocisti; questo perché, lungo il percorso, scarseggiano le asperità e la gara si svolge per larga parte in piano. La salita più difficile, il Passo del Turchino, è troppo distante dall’arrivo e così, se si vuole evitare la volata in gruppo, bisogna per forza di cose cercare l’attacco su uno dei piccoli colli che precedono Sanremo, il Poggio e la Cipressa (quest’ultima salita venne aggiunta soltanto nel 1982, quindi nemmeno c’era nell’edizione di cui stiamo parlando). Se non si riesce a prendere il largo qui, difficilmente si arriva da soli al traguardo.

Quell’anno prendono il via 230 ciclisti: nei pressi di Voghera arriva lo scatto dei gregari, in cerca della gloria da lontano; quell’anno sono lo svizzero Sutter e l’italiano Algeri a cercare di distanziare il gruppo dalla lunga distanza e scollinano sul Turchino con poco meno di cinque minuti di vantaggio sul gruppo. Il duo, quando giunge a Savona, ha perso due minuti, recuperati dal plotone; giunti a Finale Ligure, Sutter e Algeri vengono raggiunti da altri sei corridori, tra i quali si annoverano l’olandese Kuiper, campione del mondo nel 1975, l’esperto belga Godefroot, già vincitore di quattro classiche in carriera, anche se l’ultima ormai datata 1969, e l’italiano Enrico Paolini, campione nazionale nel ’73 e nel ’74.

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Giuseppe Saronni, autore dell’attacco su Capo Berta e poi sul Poggio. Nonostante sembri una foto degli anni ’50, qusto scatto è probabilmente di almeno trent’anni dopo

Il gruppetto continua la sua corsa, ma quando si arriva ai tre capi, le tre piccole cime che precedono Imperia, il gruppo riassorbe i concorrenti senza che nessuno sia riuscito in un’azione decisiva. Tutto sembra lasciar presagire un arrivo in volata. Sul Capo Berta è Saronni a cercare l’attacco, senza successo. A 25 chilometri dal traguardo è così l’italiano Giuseppe Perletto ad attaccare: il ligure viene affiancato da altri due corridori, ma nel momento di iniziare l’ascesa del Poggio è rimasto solo. Durante la salita però, viene attaccato e superato da un terzetto: in questo momento, compare il protagonista di questa storia, l’olandese Jan Raas.

L’occhialuto ciclista Jan Raas è da poco tempo un professionista: classe 1952, nel 1975 era passato tra i pro. Raas aveva già ottenuto un paio di piazzamenti alle classiche l’anno prima, senza però trovare l’acuto giusto. L’autunno precedente però, aveva ottenuto la prima vittoria importante della carriera, tagliando per primo il traguardo al campionato nazionale olandese. L’ultimo decennio era stato avaro di soddisfazioni per i Paesi Bassi: una delle nazioni portanti delle grandi corse di un giorno aveva raccolto le briciole che belgi e italiani avevano lasciato. Nel 1972 si era ritirato lo specialista Jan Janssen, la cui carriera l’aveva portato a tanti piazzamenti e un solo trionfo, nella Parigi Roubaix del 1967. Nei successivi dieci anni erano giunti solo due successi nelle Classiche Monumento: entrambe al Giro delle Fiandre, Dolman nel 1971 e Baal nel 1974. Sulla salita del Poggio, Raas, assieme a Saronni e al belga Luc Leman, scatta, riprende e supera Perletto. A meno di un chilometro dallo scollinamento, il giovane olandese parte da solo, lasciandosi indietro i due compagni di fuga e passa da solo in cima al colle.

In discesa, con Raas che ha guadagnato qualche centinaio di metri sul gruppo, Moser si lancia all’inseguimento per chiudere lo strappo, ma si ritrova costretto a rallentrare: De Valeminck gli è andato indietro e l’italiano, ben sapendo di non avere speranze contro di lui in volata, decide di mollare la presa e lasciare che l’olandese continui nella sua fuga.

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Jan Raas in fuga durante un Amstel Gold Race, che nel periodo in cui era in attività veniva scherzosamente chiamata Amstel Gold Raas (non sto scherzando)

All’ingresso a Sanremo, Raas è ormai da solo: nelle immagini Rai che sono rimaste, si vede come l’olandese sembri sul punto di cedere da un momento all’altro. Il gruppo sta rientrando, de Vlaeminck prova a riportarsi sull’olandese, ma ormai è troppo tardi: Raas giunge sul traguardo da solo, precedendo di tre secondi l’avversario e di cinque il gruppo, la cui volata viene dominata inutilmente dai belgi (3° Wesemael, 4° van Linden e 5° Maertens; Gavazzi solo 6°, mentre Moser chiude 14° e Saronni 19°). Gimondi e Meckx distantissimi dalle prime posizioni.

L’Olanda vinse di nuovo una classica, a tre anni di distanza dal successo di Baal. Un successo sporadico? Macché: Raas si sarebbe presto dimostrato uno dei migliori specialisti da Classiche di quel periodo e negli anni successivi avrebbe ottenuto successi in diverse competizioni, compreso il Campionato Mondiale di Valkenburg, due Giri delle Fiandre, una Parigi-Roubaix, una Gand-Wewelgem e ben cinque Amstel Gold Race. Ma non sarebbe mai riuscito a ripetersi a Sanremo: quella gara vinta da totale outsider, sorprendendo tutti i favoriti e attaccando sulla salita del Poggio, restò per lui un successo ineguagliato.

(L’arrivo a Sanremo di Jan Raas. Voto alla telecronaca di De Zan 2 e 1/2. Guadagna mezzo punto perché simpatico, ma non si capisce nulla.)

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