L’uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto

Chi segue il basket, in particolare quello americano, sa che è uno sport su cui gravano le eredità. L’eredità più grossa e pesante è quella dei Boston Celtics che giocarono tra gli anni ’50 e ’60: undici titoli tra il 1957 e il 1969, guidati dal genio assoluto Bill Russell, con i vari Havlicek, Heinsohn, Sharman, K.C. Jones, Red Auerbach in panchina. Quella squadra è considerata la nascita del basket “moderno”, perché quella squadra, e in particolare il suo centro, Bill Russell, fu talmente dominante che modificò il gioco, costringendo gli avversari a modificare il proprio modo di interpretarlo. Tutta quella squadra è plurivincitrice del campionato NBA: Russell 11 campionati, Sam Jones 10, Havlicek, Heinsohn, K.C. Jones e Sanders 8, Loscutoff e Ramsey 7, Cousy 6. Quel gruppo di giocatori fenomenali segnò un passaggio dal vecchio modo di interpretare la pallacanestro ad uno più moderno, più veloce, più rapido, con maggiore protezione del ferro. Il fatto che Jordan sia considerato il più forte è perché è il giocatore che meglio ha interpretato il gioco dopo quei Celtics. Sei titoli, sei premi di MVP delle finali, cinque della stagione regolare, e via così. Sei titoli sono tanti, soprattutto per un campionato come la NBA, dove ripetersi è difficile. E Jordan riuscì a completare due strisce da tre titoli di fila, altro record ineguagliato. Oltre a lui, solo due giocatori hanno vinto sei titoli: Scottie Pippen, l’eterno secondo di Jordan, sempre al suo fianco ai Bulls; Kareem Abdul Jabbar, il più grande marcatore di sempre della storia della NBA, un titolo a Milwaukee e cinque con i Los Angeles Lakers. Perché mi serve raccontare tutto questo? Perché nonostante i riconoscimenti e i trofei, c’è un giocatore che ha vinto più titoli di Jordan, di Kareem e di Pippen nell’era “moderna” del basket, pur non venendo considerato uno di quelli che ha raccolto direttamente l’eredità dei Celtics, pur essendo quello che più ha vinto dopo di loro. Chi segue il basket americano sa di chi sto per parlare. Questa è la storia dell’antieroe per eccellenza: il giocatore che lava i panni sporchi, che toglie le castagne dal fuoco, il giocatore fondamentale per una squadra, senza mai stare sotto i riflettori. È la storia di Mister Sette Titoli, uno in più di Jordan, Jabbar e Pippen. Questa, è la storia di Robert Horry a.k.a. Big Shot Bob. Questa è la storia dell’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto.

Robert Keith Horry, figlio di Robert Horry Sr. e di Leila Horry nacque il 25 agosto 1970 ad Hartford County, Maryland. I suoi genitori divorziarono poco dopo: rimasto con la madre, Horry la seguì nel trasferimento ad Andalusia, Albama.

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Il centro di Andalusia, Alabama. 

Andalusia è una cittadina minuscola, meno di 10’000 anime, al confine con la Florida. Non c’è molto da dire su questa cittadina, se non che è la sede dei campionati mondiali di Domino sportivo (che credo sia uno degli sport più intriganti dell’universo: vi rimando al loro sito, sappiate che i mondiali quest’anno si disputano tra l’otto e il nove giugno e che finora, in quarant’anni di competizioni, sono stati assegnati ben 909’000 $ di montepremi, mica bagigi). Comunque, non esattamente una grande metropoli. Robert gioca a basket: all’high school frequenta la Andalusia High School, giocando nei Bulldogs, la squadra della scuola. Le sue prestazioni non bastano per conseguire un titolo di stato, ma sono sufficienti per guadagnarsi la possibilità di andare alla Alabama University. Online è praticamente impossibile reperire materiale statistico e di risultati che ci consenta di saperne cifre e dati degli anni dell’High School di Robert, ma se esci dal liceo di una cittadina di 10’000 abitanti e riesci a guadagnati un posto in un college NCAA Division I vuol dire che non sei per niente male.

 

Alabama è un’università che gioca nella Southeastern Conference NCAA, anche conosciuta come SEC. La storia della Conference è segnata dall’eterno dominio dei Kentucky Wildcats, vincitori di 28 titoli su 55 (ad oggi). Alabama è la squadra più vincente dopo Kentucky, con sei campionati SEC vinti: tre sono nel periodo in cui Horry veste la maglia numero 25 di Alabama. È una squadra forte, che conta di altri ottimi giocatori, due in particolare: Latrell Sprewell, quattro volte All Star Nba e una finale per il titolo persa con la maglia dei New York Knicks contro i San Antonio Spurs; James Robinson, McDonald All-American (cioè tra i migliori prospetti della nazione) nel 1989, poi una discreta carriera tra NBA ed Europa, con anche un passaggio per Capo d’Orlando. Con questi due e Horry, Alabama conquista tre titoli consecutivi della SEC (’89, ’90 e ’91), ma non riesce mai a spingersi molto in là nel torneo NCAA: nel 1989, arriva una cocente e sorprendente eliminazione subita da South Alabama al primo turno; nelle due stagioni seguenti giungono due eliminazioni alle Sweet Sixteen (gli ottavi di finale) contro Loyola e Arkansas. Nel 1992, l’ultimo anno da universitari sia per Horry che per Spreewell, la corsa si ferma al secondo turno per mano dei North Carolina Tar Heels, dopo aver perso anche la finale per il titolo della SEC contro i soliti Wildcats.

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Robert Horry con la maglia di Alabama (immagine presa da spokeo.com)

Horry si segnala all’interno di quella squadra come uno dei giocatori migliori. Le sconfitte ottenute negli anni del college e una vita non propriamente delle più semplici lo aiutano nello sviluppare una particolare freddezza nelle situazioni difficili, la capacità di mantenere il sangue freddo quando il pallone inizia a scottare. Non è ancora quello che sarà Big Shot Bob, ma le sue cifre crescono esponenzialmente ogni anno: se al primo colleziona all’incirca 6 punti, 5 rimbalzi, una stoppata e un assist a partita, nell’ultima stagione le cifre sono aumentate a quasi 16 punti a partita, più di 8 rimbalzi, oltre 3 stoppate e 2 assist di media. Pur non avendo ottenuto grandi successi, Horry è diventato ormai un prospetto da NBA: è un giocatore che ha punti nelle mani, capace di attaccare il ferro come di tirare da fuori, ha ottime referenze come difensore e va forte a rimbalzo. Non è un fenomeno, non è un talento naturale: è un giocatore che sa farsi trovare pronto, che non cambia le partite ma che fa tanto lavoro per la squadra. Nel 1992 si rende eleggibile per il draft NBA di Portland: lascia Alabama con il record assoluto di stoppate con la maglia dei Crimson Tide (282), oltre 1500 punti e più di 900 rimbalzi in 133 partite, di cui più di 100 giocate partendo in quintetto; appare nei primi quindici dell’università in quasi tutte le statistiche. Il draft 1992 è un draft ricco: le scelte 1 e 2 sono Shaquille O’Neal e Alonzo Mourning, due stelle assolute; la numero 3 è Christian Laettner, che quell’estate sarà l’unico liceale in campo con il Dream Team a Barcellona; alla 6 viene chiamato Tom Gugliotta, futuro All Star. Horry viene scelto come numero 11 dagli Houston Rockets, squadra di uno dei suoi idoli, Hakeem Olajuwon.

 

(la top 10 di Olajuwon merita sempre di essere vista)

I Razzi sono una squadra molto quotata all’epoca: le fortune dei Rockets erano iniziate nel 1984, con l’arrivo al draft di The Dream, centro nigeriano che aveva portato i Rockets fino alle finali NBA nel 1986, poi perse contro i Celtics. Per la prima volta però, nel 1992, Houston non era riuscita a guadagnarsi l’accesso ai play-off, per una sola vittoria in meno rispetto ai Lakers. L’arrivo di Horry è dettato anche dall’addio in estate dell’ala piccola titolare, Buck Johnson (tra l’altro un altro figlio di Alabama University), destinato ai Washington Bullets. Horry ne ricopre subito il ruolo, diventando immediatamente un membro del quintetto base: oltre a lui e ad Olajuwon, gli altri tre sono l’ala grande Otis Thorpe, la guardia Vernon Maxwell e il playmaker Kenny Smith, ora uno dei presentatori più noti della NBA. La prima stagione di Horry nella massima espressione del basket americano non va male: Houston migliora decisamente il suo record, passando da 42-40 a 55-27 e conclude seconda nella Western Conference; Robert mette insieme statistiche di tutto rispetto, con 10 punti e 5 rimbalzi a partita e la selezione nel secondo quintetto dei Rookie del campionato. Ai play-off, dopo aver avuto la meglio sui Clippers soltanto in gara-5, Houston si ritrova contro i Seattle Supersonics di Gary Payton e Shawn Kemp. Nessuna delle due squadre riesce a vincere sul parquet avversario: Seattle vince le tre partite nello Stato di Washington, Houston conquista le tre in Texas. Gara-7 si gioca al Coliseum dei Sonics: la due squadre si danno battaglia per tutti i 48 minuti della partita, rimanendo incollate l’una all’altra per tutta la sfida. E qui, per la prima volta, si manifesta al pubblico un pizzico di Big Shot Bob: sul punteggio di 91 pari, Olajuwon scarica per il rookie da Alabama, che con un tiro dalla media porta Houston avanti con appena mezzo minuto da giocare.

Ricky Pierce riesce però a pareggiare e l’ultimo tiro di Kenny Smith finisce sul primo ferro e ai supplementari, Seattle riesce a tenere la leadership, pur sbagliando due liberi nell’ultimo minuto con McKie: i tiri per riportare forzare il secondo supplementare vengono sbagliati da Kenny Smith e da Olajuwon e i Rockets vengono eliminati. Horry conclude la sua prima stagione con 10 punti e 5 rimbalzi di media e la selezione nel secondo quintetto delle matricole, oltre quel tiro a Seattle che stava per dare la serie a Houston. È solo l’inizio.

L’anno dopo, la Nba è sconvolta dal ritiro improvviso dal basket di Michael Jordan. Serve una squadra che raccolga lo scettro del 23. Quell’estate, i Rockets mettono sotto contratto due giocatori che saranno fondamentali: il playmaker Sam Cassell e l’ala piccola Mario Elie.

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Horry e Olajuwon accolgono nel pitturato Karl Malone

È sicuramente la stagione che segna la svolta per Horry: la squadra inizia il campionato con un record di 15-0, e si ritrova 22-2 quando arriva Natale. Tuttavia, dopo la seconda sconfitta, giunta contro gli Hawks, durante la festa di Natale della squadra Olajuwon prende da parte Horry una sera in albergo e lo invita fuori a parlare. Quello che si dicono i due spiega tantissimo di chi sia Big Shot Bob. The Dream guarda negli occhi Horry e gli dice: “Quanto ti frega se vinciamo o perdiamo?”.

 

“Capo, probabilmente non lo capisci, ma mi interessa più di qualsiasi altro in questa squadra. Io odio perdere.”

“Non dai a vedere le tue emozioni, Robert.”

“Beh, nemmeno tu mostri le tue.”

Olajuwon rimane sbigottito e poi sorride, rispondendo: “Buona argomentazione, torniamo dentro”.

Perché questo è Horry: non è un introverso, ma sembra che tutto gli scivoli addosso. Ma la sua freddezza nasce da qui: il bisogno e la voglia di vincere sono per lui innati. Incanala la rabbia e gli stimoli per tirare fuori il meglio di sé quando conta ed è questa la forza del giocatore. Oltretutto, questa conversazione gli diede il rispetto e l’amicizia di Olajuwon. E poi, Horry è il giocatore giusto, nel posto giusto, al momento giusto, ma ci arriveremo.

La stagione è sicuramente quella che segna maggiormente la carriera del nostro. Robert infatti, fino a quel momento si è dimostrato un ottimo giocatore da quintetto base, con una capacità di svolgere qualsiasi ruolo e con ottime abilità difensive, ma non segna tanto, non è una stella e non lo sarà mai. Questo lo rende un giocatore papabile per essere ceduto ed è quello che sta per succedere nel febbraio del 1994, quando Houston mette sul piatto lui e Scott Bullard per ottenere Sean Elliott dai Detroit Pistons, un giocatore con maggiori abilità offensive. Lo scambio è cosa fatta, ma al momento di scendere in campo con Detroit succede un imprevisto: Elliott non passa le visite mediche per un problema al fegato. Trasferimento annullato e Horry torna a Houston. Sarà decisivo per la sua carriera, perché gli permetterà di restare nei Rockets e conquistare da titolare inamovibile il titolo il giugno successivo. Curioso come, anni dopo, riguardo quel trasferimento Horry dichiarò questo: “Giocavo con The Dream uno dei miei idoli di quando ero ragazzo. Che bisogno c’era di tirare? A fare punti ci pensava lui”. Horry comunque decise che non poteva permettersi di andare via da Houston e iniziò a tirare e a fare molti più punti che in precedenza. Restare a Houston è poi fondamentale, perché Horry può restare a lavorare con quello che definisce il miglior allenatore della sua carriera: Rudy Tomjanovich: a differenza di Popovic e Jackson, che alleneranno poi Big Shot Bob, Rudy T ha un modo di rapportarsi con la squadra diversa, chiedendo durante le partite storte ai giocatori di spiegargli quello che non riesce a vedere dalla panchina, facendo ripetere all’infinito le giocate da provare a tutta la squadra.

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Coach Rudy Tomjanovich

Ai play-off, Houston non ha vita facile: dopo aver avuto la meglio agilmente dei Portland Trail Blazers al primo turno per 3-1, al secondo i Rockets si ritrovano davanti i temibili Phoenix Suns di sir Charles Barkley. La squadra dell’Arizona l’anno precedente ha perso le finali contro i Bulls di Jordan ed è una favorita d’obbligo per il titolo. Tant’è che i Rockets perdono immediatamente il fattore campo venendo sconfitti in gara-1 in casa; non solo, dopo una sfida combattutissima i Suns portano a casa anche gara-2, espugnando nuovamente il Summit dei Rockets. La serie sembra finita, ma Houston si stringe intorno al proprio leader Olajuwon e risorge, ottenendo tre vittorie consecutive, le prime due all’America West Arena di Phoenix. Gara-6 se la prendono i Suns, ma gara-7 è saldamente in mano ai Rockets, che davanti agli oltre 16’000 del Coliseumn guadagnano l’accesso alle finali di Conference. Sicuramente, la serie contro i Suns decide molto di più le sorti dei Rockets che quella successiva contro i Jazz: Houston asfalta Utah 4-1, cadendo soltanto in gara-3, e accede alle finali NBA contro i New York Knicks. La sfida nella sfida è rappresentata da Olajuwon contro Ewing, il centro dei Knicks. Sarà una battaglia che si prolungherà fino a gara-7, con New York capace di invertire il fattore campo in gara-2 e di riperderlo in gara-3. Alla fine, i Rockets la spuntano dopo sette partite e il titolo prende la strada del Texas per la prima volta nella storia della NBA. Horry è uno dei perni di quella squadra, titolare inamovibile capace di ritagliarsi i suoi spazi in tutte le partite, mettendo insieme punti, rimbalzi, assist: giocate che magari non sempre noti nell’economia di una partita, ma questo è Big Shot Rob, un giocatore che non sta sotto i riflettori, ma che quando serve sa conquistarseli.

(Horry schiaccia in testa a Patrick Ewing durante gara-7 delle NBA Finals del 1994)

L’anno successivo, la stagione è più travagliata: buona parte dei titolari s’infortunia e perde un certo numero di partite. Horry salta ben 18 partite e con lui anche Maxwell, Olajuwon 10. Il giorno di San Valentino però, ad aiutare i Rockets avviene uno scambio importante: Otis Thorpe viene mandato a Portland; in cambio, giunge Clyde Drexler, vecchia stella desiderosa di giocarsi le sue ultime stagioni in una contender per il titolo. Gli acciacchi portano Houston a chiudere sesta ad Ovest, con un record di 47-35: tutti i play-off quindi, salvo eventi clamorosi, sono da giocarsi con il fattore campo a sfavore. Il primo turno è già difficile: contro gli Utah Jazz, Houston vince gara-2 al Delta Center di Salt Lake con una prestazione maiuscola di tutto il quintetto (32 punti Kenny Smith, 30 Drexler, 27 Olajuwon e 21 di Horry) ma Utah espugna il Summit in gara-3.

Denver Nuggets v Houston Rockets
Horry, Drexler e Tomjanovich ad una recente riunione della squadra vincitrice dei due titoli a Houston. (Foto di Scott Halleran per Getty Images)

Si arriva fino alla quinta e decisiva sfida: Houston giunge all’ultimo quarto sotto di 7, ma risorge e schianta i Jazz con uno stratosferico ultimo periodo da 31-20. Le semifinali di Conference sono una rivincita contro i Phoenix Suns: i texani perdono entrambe le gare in Arizona e tutto sembra finire quando Barkley e soci vincono a Houston in gara-4, andando avanti 3-1 nella serie. Ma questi Rockets hanno una marcia in più: vincono gara-5 a Phoenix ai supplementari, conquistano gara-6 in casa e portano la sfida fino alla settima partita. Qui, la partita verrà ricordata come: Mario Elie’s Kiss of Death. Le immagini parlano da sole.

(Non solo Big Shot Bob, Mario Elie elimina i Suns con quello che rimane nella storia come The kiss of death)

Siamo ad un momento cruciale. In finale di Conference, i Rockets devono affrontare i San Antonio Spurs, dell’Ammiraglio David Robinson. Ma la prima partita di quelle Western Conference Finals, e in generale tutta quella serie, è decisiva per molti aspetti della carriera del nostro eroe. Perché ora, è il momento del ghiaccio nelle vene. Emerge l’uomo giusto al momento giusto, l’uomo con l’innata capacità di prendersi responsabilità importanti e di realizzare giocate fondamentali nei momenti cruciali della partita. La prima sfida con gli Spurs, al Dome di San Antonio, è una battaglia splendida, fatta di sorpassi e contro-sorpassi. Quando rimangono gli spiccioli di partita da giocare, San Antonio è avanti di 1. Sull’ultimo possesso dei Rockets, Olajuwon finta di attaccare il canestro e poi scarica per Horry. Che, con una freddezza da serial killer, “ammazza” la partita: finta di tiro a mandare a campi l’avversario, palleggio in avanti, jumper lungo dai sei metri, solo rete. È l’inizio della leggenda di Big Shot Bob.

(Qualità delle immagini pessima; la finta su Avery Johnson è spettacolosa)

San Antonio non riesce a segnare: i Rockets sono avanti e conquistano pure gara-2 qualche giorno dopo. Gli Spurs non mollano e vincono entrambe le sfide a Houston, pareggiando la serie. I Rockets però vincono a San Antonio pure gara-5 e, nella 6, Big Shot Bob si erge a protagonista assoluto, fornendo una prestazione di livello altissimo: 22 punti, 6/11 da tre, 7 rimbalzi; Houston conquista la serie e torna in finale, dove ad attenderla c’è la sorpresa Orlando guidata da Shaquille O’Neal, vincitrice della Eastern Conference.

Gara-1 va fino all’overtime: ai Magic non basta una prestazione da 26+15 di Shaq, ai supplementari sono i Rockets a spuntarla con un tap-in di Olajuwon ad un attimo dalla sirena finale. In gara-2 Houston vince nuovamente in Florida e si va in Texas per le successive tre partite. Horry ruba ben sette palloni agli avversari durante quella seconda partita: è tuttora un record imbattuto per una finale NBA. Gara-3 è un altro Masterpiece di Big Shot Bob: il nostro si prende la responsabilità quando, con il punteggio sul 101-100 per i Rockets, e sono rimasti gli spicci da giocare sul cronometro. Horry fino a quel momento ha fatto 17 punti: sull’ultimo possesso per i padroni di casa. Smith dà palla a Olajuwon in post-basso. Il difensore abbandona Horry sullo scarico: errore madornale. Big Shot Bob riceve da The Dream, mette a posto i piedi, rilascia il tiro sul difensore in ritardo. Game, Set and Match: Houston vince gara-3 e conquista il titolo qualche giorno dopo alla quarta partita, con un Olajuwon monumentale, capace di fare una partita da 35+15 rimbalzi e Horry a segno con 21 punti.

(Gli highlights completi della partita di Horry; tanto per farvi un’idea migliore del giocatore)

Secondo anello quindi, ma sarà l’ultimo in maglia Rockets: l’anno dopo, dopo aver chiuso la stagione regolare al quinto posto ad ovest, Houston cade nelle semifinali di Conference contro i Seattle Supersonics. In estate, Horry, Sam Cassell, Chucky Brown e Mark Bryant vengono scambiati per arrivare a Charles Barkley. A Phoenix l’esperienza di Horry dura appena qualche mese: un litigio sul campo con Danny Ainge costringe Big Shot Bob ad abbandonare l’Arizona dopo appena 37 partite, destinazione Los Angeles sponda Lakers, in cambio di Cedric Ceballos; Robert abbandona la maglia 25 in favore della 5, visto che il “suo” numero era stato ritirato in onore a Gail Goodrich.

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Horry in una rara immagine con i Phoenix Suns (Photo di nba.com)

Horry si inserisce in un contesto particolare: in estate, i losangelini sono arrivati a Shaquille O’Neal e hanno portato a vestire il gialloviola il rookie Kobe Bryant. C’è margine per crescere, visto che entrambe le stelle sono giovani, ma il resto del gruppo non è un supporting cast eccezionale: lo si vede ai play-off, dove i Lakers escono dopo aver battuto Portland, sconfitti da Utah. L’anno dopo, stessa minestra: eliminate Portland e Seattle, in finale di Conference i Lakers vengono massacrati da Utah. Per Horry è l’ultima stagione in cui fa da giocatore di quintetto base stabile: dalla stagione 1998-99, Big Shot Rob diventa un membro della panchina, da mettere dentro a partita in corso, specialmente nei finali di partita. Ancora una volta però, i Lakers falliscono l’attacco al titolo: dopo aver avuto la meglio dei Rockets di Olajuwon, ormai a fine carriera, i gialloviola vengono massacrati da San Antonio al secondo turno, complice la defezione di Dennis Rodman a metà stagione che cambia inevitabilmente le sorti di quei Lakers. L’uomo decisivo per la squadra però arriva in panchina, quando i Lakers affidano la squadra a Phil Jackson, l’allenatore dei Bulls di Jordan. Sarà decisivo, assieme all’inserimento di giocatori fondamentali nei titoli come Horace Grant, Tyronn Lue, Rick Fox e la maturazione di Derek Fisher.

 

Quell’anno, Shaq è assolutamente inarrestabile, Kobe finalmente inizia a mostrare che tipo di giocatore sia e i Lakers viaggiano a gonfie vele: stagione da 67-15, plebiscito per Shaq MVP della regular season, Kobe che inizia ad essere Kobe.

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Horry ai Lakers con Shaq, Kobe e Brian Shaw.

I play-off non sono comunque una passeggiata: la serie al primo turno contro i Sacramento King viene vinta 3-2 soltanto alla quinta, con i Lakers sempre sconfitti nella capitale californiana. Dopo aver schiacciato Phoenix al secondo turno per 4-1, in finale di Conference improvvisamente sembrano apparire gli spettri di tutte le stagioni precedenti: a Los Angeles, entrambe le squadre si aggiudicano una partita, ma al rose Garden di Portland i Lakers vincono tutte e due le partite. Sul 3-1, i Lakers si addormentano: cadono in gara-5 in casa e perdono gara-6 in Oregon. Il 4 giugno del 2000, Portland si ritrova avanti di 15. Ma è tutt’altro che finita: i Lakers si aggrappano alla sfida, non mollano un metro; Portland sbaglia tutto lo sbagliabile e Los Angeles rimonta, vincendo la gara-7 e tornando in finale 9 anni dopo la sconfitta contro i Bulls. Ad attenderli c’è Indiana, guidata da Reggie Miller: gara-1 viene vinta da Los Angeles agevolmente (104-87), ma la seconda partita è un’altra storia. I Pacers danno filo da torcere e rimangono in partita. Ad un minuto e spicci dal termine Los Angeles è avanti 99-96: serve una giocata per chiudere la sfida. È un altro “momento Robert Horry”, l’uomo giusto al momento giusto: Shaq vede il taglio di Rob sotto canestro, e lo serve evadendo dal raddoppio; lay-up con fallo e gioco da tre punti completato dalla lunetta, a mettere la propria firma in prima persona anche su questo tiro. Lakers sul +6 e da qui in avanti irraggiungibili. La serie va sul 2-0 e i Lakers la vinceranno poi in sei sfide. Terzo anello e un’altra tacca sotto il letto per Big Shot Rob.

 

(Della giocata contro i Pacers non c’è un video che la mostri; questa è la partita completa, trovate la giocata a 1h59m)

L’anno dopo, pur chiudendo la regular season al secondo posto, i Lakers sono dominanti ai play-off: 3-0 ai Portland Trail Blazers, 4-0 ai Sacramento Kings, 4-0 ai San Antonio Spurs, primi della Western Conference. In finale, Los Angeles favoritissima contro i Philadelphia 76ers di Allen Iverson, monumentale protagonista della corsa alle Finals della squadra allenata da Larry Brown. In finale, il giocattolo Lakers rischia però di deragliare: in gara-1, Iverson ai supplementari stende con il famoso step over Lue shot Los Angeles, che in gara-2 vince ma arriva a Philadelphia con il fattore campo a sfavore. Gara-3 decide mentalmente il titolo: punto a punto, i 76ers nettamente inferiori come squadra ma assolutamente in grado di tenere testa ai più quotati avversari. Horry, nelle prime due partite, ha totalizzato 11 punti e ne ha aggiunti 3 nei primi tre quarti della terza sfida. Il protagonista dell’ultimo quarto però è lui e solo lui: Big Shot Rob realizza 12 punti nel periodo, compresa la tripla che stende i 76ers a 47 secondi dal termine, lasciato colpevolmente solo nell’angolo dalla difesa di Philadelphia. Il colpo dell’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto. Le due successive gare saranno per dovere: Lakers di nuovo campioni, Horry con il quarto anello al dito.

(Horry giustizia i 76ers in gara 3)

Nessuna delle squadre con cui ha vinto il titolo, Horry ha messo la firma su ciascuno di quei sette anelli. Con le difese concentrate sugli altri, anche nella serata più oscena al tiro, al momento in cui bisogna affondare il colpo lui c’è sempre. E questo, badate bene, non si traduce soltanto in punti: Horry è un giocatore completo, che difende bene, ruba palloni e fornisce assist. Le cifre spiegano, inoltre, parte dei suoi successi: dalla stagione 1997-98 in poi, le sue medie per punti e rimbalzi sono più alte nei play-off che in regular season, dato che pochi giocatori possono vantare. La stagione 2001-02 contiene due di Big Shot Rob. L.A. arriva ai play-off di nuovo da seconda ad Ovest, alle spalle dei Sacramento Kings. Al primo turno, per i Lakers c’è una vecchia conoscenza: i Portland Trail Blazers, sempre affrontati in post-season negli ultimi anni. Le due sfide a Los Angeles non hanno storia, ma in gara-3 i Blazers non mollano e arrivano avanti all’ultimo possesso. I Lakers hanno 10 secondi per portare la sfida a casa in tre partite: Bryant va in penetrazione, ma al momento di concludere viene raddoppiato dalla difesa dei Blazers. E allora, l’unica soluzione è scaricare in angolo per Big Shot Rob. L’esito del tiro? Assolutamente scontato.

(Gli ultimi minuti di quella concitata Lakers-Blazers; per il tiro in questione, andare a 5:30)

La serie contro San Antonio è più semplice del previsto: 4-1 e Lakers in finale di Conference per il terzo anno consecutivo. Gli avversari sono i Sacramento Kings, la squadra definita The Greatest Show on Court. Mike Bibby, Chris Webber, Vlade Divac, Peja Stojakovic. Le due squadre si odiano apertamente e la serie è tesa e ruvida: Los Angeles vince subito la prima sfida a Sacramento, ma cade nelle successive due partite. Gara-4 è decisiva: le due squadre giocano alla pari per tutto l’incontro, ma alla fine sembra che siano i Kings a prevalere. Con il punteggio sul 97-99, i Lakers hanno a disposizione un ultimo attacco. Kobe, va in penetrazione e attacca il ferro senza successo; O’Neal raccoglie il rimbalzo, ma ancora una volta senza trovare il canestro. Divac con una manata allontana la palla dal ferro e sembra mettere la parola fine sulla serie. Ma la tonnara scatenatasi nel pitturato dei Kings ha catalizzato l’attenzione di tutti i presenti, che non si sono accorti di una cosa. Horry è rimasto in punta, senza buttarsi nella mischia. Il pallone sparato via da Divac finisce dritto nelle mani di Big Shot Rob, una frazione di secondo sul cronometro. Basta e avanza, per l’uomo giusto al momento giusto: tripla della vittoria e serie sul 2-2, le squadre che escono salutate dal palazzetto dal grido all’unisono dei tifosi gialloviola “Horry! Horry! Horry!”.

(Horry giustizia i Sacramento Kings. L’uomo giusto al posto giusto nel momento giusto)

Divac accuserà Horry di essere stato solo fortunato a trovarsi nel posto giusto al momento giusto. La risposta del nostro Big Shot Rob liquida così il buon Vlade: “Gli consiglio di andarsi a vedere gli highlights della mia carriera, così magari si rende conto che metto questi tiri da sempre”. La sfida si protrarrà fino a gara-7, in cui Los Angeles vincerà ai supplementari guadagnando l’accesso alle terze finali di fila. Contro i New Jersey Nets non ci sarà mai partita: finale 4-0, three-peat completato ed è champagne per tutti. Horry conquista il quinto anello, ma qualcosa sta per cambiare. Nella stagione 2002-03, LA fatica ad ingranare: chiude al quinto posto in regular season e si trova abbinamenti difficili ai play-off. Al primo turno i Lakers battono in sei partite i Minnesota Timberwolves di Kevin Garnett ma al secondo turno ci sono i San antonio Spurs. Non sempre le cose vanno come vorresti: con la serie sul 2-2, a 10 secondi dalla fine della quinta partita e San Antonio avanti di due punti, la tripla decisiva per la vittoria sparata da Big Shot Rob fa dentro e fuori dal canestro. Due giorni dopo, gli Spurs vincono gara-6 ed eliminano i Lakers. Quella sconfitta segna la fine del rapporto tra Los Angeles e Horry: Robert diventa free agent in estate. Ha 33 anni e sa che non giocherà ancora a lungo: chiede un contratto a cifre basse ai Lakers, che decidono di non concederglielo. Potrebbe essere anche la fine della sua carriera, ma c’è ancora qualcuno disposto ad offrirgli un contratto: i San Antonio Spurs, neo-campioni NBA. Coach Popovic taglia ancora minuti a Big Shot Rob: centellinarlo per averlo fresco nei momenti decisivi, in una squadra che conta su una stella come Tim Duncan, oltre a Tony Parker, Manu Ginobili e ottimi giocatori come Bruce Bowen e Steve Kerr. Al momento del ritiro, Horry ringrazierà i Lakers per cinque titoli: “Per averne vinti tre e avermi dato la possibilità di vincerne altri due”.

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Horry, in maglia San Antonio Spurs, contrasta Boris Diaw al tiro

La prima stagione è un campionato doloroso per San Antonio: gli Spurs chiudono terzi ad Ovest ma, dopo aver spazzato via 4-0 i Memphis Grizzles, si ritrovano i Los Angeles Lakers davanti per l’ennesima volta. Horry, passato dal lato neroargento della contesa, si ritrova impelagato nell’ennesima serie combattutissima. San Antonio vince le prime due all’ombra dell’Alamo, Los Angeles conquista i due incontri allo Staples Center. In gara-5 si va punto a punto: è una sfida talmente dura che nessuna delle due squadre supera gli 80 punti. San Antonio trova un canestro impressionante con Tim Duncan che dà il +1 a 0.4 secondi dalla sirena finale, ma Derek Fisher trova un tiro completamente insensato sulla rimessa successiva, un long jumper che s’infila inaspettatamente nel canestro. È una mazzata psicologica mostruosa per gli Spurs, che in gara-6 affondano e vengono eliminati. Ma l’anno dopo, la squadra reagisce alla grande: San Antonio seconda nella Western Conference e ai play-off 4-1 a Denver e 4-2 a Seattle. Le finali sono contro i Phoenix Suns di Steve Nash: è una sfida combattuta, ma che gli Spurs concludono vincendo 4-1 e sovvertendo i pronostici, in favore dei Soli dell’Arizona. La finale è contro i Detroit Pistons campioni in carica. È una delle finali più tecniche degli ultimi anni: da un punto di vista di gioco, tra le due squadre più organizzate del campionato. Dopo quattro partite si è sul 2-2 e nessuna delle due squadre è stata in grado di vincere sul parquet avversario. Gara-5 al Palace di Auburn Hills è una battaglia: 12 cambi di leadership, 18 volte in parità. Non bastano i regolamentari, serve l’overtime. Horry quella sera è in palla: 18 punti, 4/5 da tre, una schiacciata con fallo in corsa durante il supplementare devastante. Sull’ultimo pallone per gli Spurs però, ad essere avanti sono i Pistons 95-93. La rimessa la batte Big Shot Rob, che passa in angolo per Ginobili. Rasheed Wallace, preoccupato dall’argentino, molla Horry e va a fare il raddoppio. Errore madornale: Ginobili restituisce a Big Shot Rob, l’uomo giusto nel posto giusto al momento giusto. Tripla. Solo rete.

(Tutti gli highlights di Big Shot Bob in gara 5. Strepitoso)

Gli Spurs vincono quel titolo solo alla settima partita: Detroit s’impone in gara-6 con una grande prestazione proprio di Rasheed Wallace. Gara-7 è un’altra sfida al cardiopalma, ma alla fine San Antonio vince con una prestazione di Ginobili e Duncan monumentale. È il sesto titolo per Horry, che pur essendo sempre più vicino al ritiro non smette di essere decisivo. Nel titolo del 2007si prende i suoi momenti di gloria: in gara-4 al primo turno, contro la Denver di Carmelo Anthony e Allen Iverson, piazza la tripla che stende i Nuggets nell’ultimo quarto. Alle semifinali di Conference, Horry si rese protagonista di una giocata che risultò decisiva sul finale della serie, anche se controversa. Contro i Phoenix Suns del due volte MVP Steve Nash, in gara-4 e la serie sul 2-1 per gli Spurs, Horry commise un antisportivo, urtando Steve Nash e mandandolo contro il tavolo. Il fallo, duro, causò la reazione della panchina dei Suns e Amar’e Stoudemire e Boris Diaw corsero in campo in difesa del compagno: alla fine del parapiglia, la NBA squalificò Horry per due partite e i due giocatori di Phoenix per una. Così, gli Spurs vinsero gara-5 in Arizona, contro una Phoenix rimaneggiata, e conquistarono gara-6 tra le mura amiche, volando così alle finali. Dove vinsero 4-0, massacrando i Cleveland Cavaliers di un giovane Lebron James. Horry conquistò così il settimo titolo della sua carriera, avendo svolto un ruolo in ognuno di quei sette titoli, con giocate decisive in ognuno di quei sette titoli. L’anno dopo San Antonio perse le finali di Conference contro i Lakers: fu l’ultima stagione di Horry, che quell’estate si ritirò, a quasi 38 anni con sette titoli conquistati.

(Horry archivia la pratica Denver Nuggets in gara-4 al primo turno)

Se ho deciso di ripercorrere la carriera di Horry è per una ragione ben precisa: c’è un rischio concreto che di Big Shot Rob restino nella memoria solo quei tiri leggendari. Eppure non è mai stato solo questo come giocatore: era un giocatore completo e non è un caso se ha vinto così tanto. Non è mai stato una comparsa in nessuno dei 7 titoli, ha avuto una parte in tutte le vittorie delle sue squadre. Al momento del ritiro, le sue statistiche dicono:

7 titoli, uno degli otto giocatori a riuscirci nella NBA, l’unico non appartenuto ai Boston Celtics

238 partite giocate ai play-off: Record NBA, con 6734 minuti in campo

259 tiri da tre realizzati ai play-off, secondo di sempre dopo Reggie Miller (320)

56 tiri da tre realizzati alle NBA Finals, il record precedente era di Michael Jordan (42)

7 tiri da tre realizzati in una partita di play-off, senza nemmeno un errore (record NBA)

16 stagioni in NBA, 16 stagioni ai play-off

7 palle rubate in una partita di finale (gara-2 contro i Magic a Houston) – Record NBA

Fu il primo giocatore a concludere una stagione con più di 100 stoppate, 100 palle rubate e 100 tiri da tre realizzati

al momento del ritiro, tra i giocatori in attività compariva in diverse top-10 relative ai play-off tra i giocatori in attività: 1930 punti (decimo), 1343 rimbalzi (quarto), 571 assist (settimo), 222 stoppate (quinto), 6734 minuti in campo (secondo)

Lui e John Salley sono tuttora gli unici ad aver vinto il titolo con tre squadre diverse

Lui e Steve Kerr, Dennis Rodman e Ron Harper sono gli unici giocatori ad aver vinto più titoli con squadre diverse; Big Shot Bob è l’unico che l’abbia fatto con tre.

(Nella top 10 della NBA anche qualche momento che non vi ho mostrato in precedenza, da gustare e rigustare)

Le ragioni del suo successo e della sua capacità di vincere tutti quei titoli e segnare tutti quei titoli la spiega lui stesso, utilizzando come riferimento la stagione in cui passò dai Lakers agli Spurs: tornato allo Staples Center da avversario, il front office dei Lakers gli organizzò un tributo, cui lui partecipò pur mantenendo un sorriso di circostanza, se non per i tifosi. Le sue dichiarazioni, anni dopo, furono le seguenti: “Sono un uomo alla costante ricerca di motivazioni. È in questo modo che ottengo il mio sangue freddo. Ricordo ancora tutti quei sorrisi, quella sera, dei membri del front office dei Lakers. Il mio unico pensiero era ‘Aspettate, e vedrete che spezzerò il cuore a tutti voi’ ”. Promessa mantenuta. Ad oggi, Horry fa il commentatore tecnico alle partite proprio dei Lakers, che nell’ultima stagione di Kobe Bryant sono adagiati sul fondo della Western Conference. Lavora ancora nell’ombra, lontano dai riflettori come sempre: in piena contraddizione, lui che non è mai stato un All Star, promuove l’All Star Game per la NBA. Ha ancora frecce al suo arco da sparare: non è ancora stato eletto nella Hall of Fame dove recentemente sono entrati Spencer Haywood e Louie Dampier, nonostante una carriera da oltre 7’000 punti e 5’000 rimbalzi. Ma lui controbatte: “Non mi interessa. Ogni anno in cui non verrò insignito dell’onore, qualcuno dirà: ‘E Robert Horry?’ sarò sempre uno di cui si parlerà di più di alcuni membri della Hall of Fame, anche se non ci dovessi entrare.” D’altronde, lui è Big Shot Bob, l’uomo giusto al momento giusto. Queste cose non lo smontano, lo rendono solo più forte. D’altronde, come Horry ci ricorda nella foto sotto, lui sette titoli li ha vinti. Lui, l’uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto.

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