Aspettando il Real Madrid – Capitolo 5

Il novembre del 2000 fu per me un mese topico. Non è questione di solo calcio, è questione di rendersi conto di alcune cose. Senza quasi nessun preavviso, la mia famiglia si ritrovò in gravi difficoltà economiche. Ci sarebbero dei motivi dietro a questa improvvisa crisi, ma diciamo solo che vennero commessi degli errori e basta (che sputtanare sul web è una pessima arte e non ne faccio parte). Fu una cosa abbastanza debilitante quando mamma e papà presero me ed Harry per parlarcene: ci dissero che ovviamente non era colpa nostra, ma che tutti avremmo dovuto fare dei sacrifici e rinunce. La cosa si tradusse in un cambiamento di umore: è difficile per me spiegare come mi sentissi ad otto anni, ma ci provo. Ero un bambino felice, sì, allegro, sì, ma non solo: avevo qualche malinconia, qualche mugugno, qualche momento di tristezza. A volte piangevo, magari da solo, magari consolato da qualche familiare. Il problema risiedeva più nel dover accettare nuove sensazioni e il fatto che mi venisse richiesto un po’ dal nulla un tipo di maturità superiore, precoce, nell’accettare certe cose, certe scelte altrui (questa è tutta autoanalisi a posteriori, all’epoca non ero di certo in grado di pensare queste cose). Solitamente si dimostrava Cossack l’amico che meglio comprendeva queste mie difficoltà, per certe similitudini di fondo che ci hanno sempre accomunato nella nostra amicizia. Mi rifugiai, oltre che nel pallone, nella musica e per la prima volta iniziai a prendere cd dal mobile dei dischi di papà. In una compilation di rock italiano scoprii questa canzone di Ivano Fossati, assolutamente fondamentale.

(Tuttora, a parte questo pezzo e La mia banda suona il rock, non conosco altri pezzi di Ivano Fossati. Forse a torto, forse no.)

La settimana dopo la sfida contro il Napoli, il Vicenza ospitò il Verona. Sorvolerò ancora sul Derby (D rigorosamente maiuscola), per il semplice fatto che il primo derby che vidi allo stadio giunse molto tempo dopo: mamma poneva il veto sulla mia presenza allo stadio contro l’Hellas; non solo, ovviamente l’ultima uscita del CAI coincideva con il Derby. Scoprii il risultato tornato a casa: 2-2, Vicenza in vantaggio per due volte con Luiso e Dal Canto, sempre raggiunto dai gol di Bonazzoli e Camoranesi. Era stato un bel derby, da cui forse il Vicenza avrebbe meritato qualcosa di più, ma il risultato alla fine era il più giusto. La settimana dopo c’era una trasferta, al Franchi contro la Fiorentina: quella domenica pomeriggio mi trovavo a casa dalla nonna e seguii a Quelli che il calcio la prestazione dei nostri, accusato tutto il pomeriggio dalla padrona di casa di toglierle la televisione la domenica pomeriggio. La Viola passò in vantaggio presto, con una rete di Nuno Gomes. Il Vicenza rimase in svantaggio a lungo, quindi nel finale di tempo trovò un uno-due brutale e passò in vantaggio con i gol di Toni e Comotto. A inizio ripresa, Nuno Gomes rese vano tutto rimettendo in equilibrio la sfida. Il Vicenza rimase in partita, si difese, giocò alla pari con una Fiorentina che, detto sinceramente, non era una grandissima edizione dei viola, ma era comunque una squadra superiore. Alla fine, un gol nel finale segnato da Adani in mischia, abile nel deviare in rete una punizione di Rui Costa ci condannò alla sconfitta dopo tre risultati utili consecutivi.

La settimana dopo al Menti vidi per la prima volta l’Inter. Ora, questa partita mi dà modo di dire una cosa, sull’Inter nello specifico. Spesso, sento parlare i miei amici interisti della sudditanza arbitrale degli arbitri nei confronti della Juve. Ah, Gesù, l’oggettività quando si parla di sport, e di calcio in particolare, se ne va a quel paese.

DICARA Giacomo
Giacomo Dicara con la maglia del Vicenza (foto da calciatori.com). Ad oggi, una delle divise del Vicenza più brutte di sempre. Per quanto riguarda Giacomino, forse non un difensore eccelso, ma uno che non ha mai rinunciato a lottare

La partita con l’Inter in questione la ricordo come la prima partita che abbia mai visto con un arbitro chiaramente succube della squadra più forte: se guardate le immagini è tutto molto più chiaro. Il Vicenza dominò quasi tutta la sfida, che terminò però 0-0 e finì con il coro dei tifosi nerazzurri “Serie B, Serie B”. Fu un ottimo Vicenza, che se fosse stato in grado di concretizzare le occasioni avrebbe portato a casa i tre punti; venne annullato un gol regolare a Kallon e negato un rigore netto a Sommese. Ne uscì in ogni caso un punto, un buon punto per la salvezza. Pure la settimana dopo giunse un pareggio: a Bologna, contro i rossoblu di Guidolin, fu una brutta partita, con il Vicenza falcidiato dagli infortuni nel primo tempo. Sommese, Cardone e Dal Canto vennero tutti costretti ad uscire nei primi 40′. Proprio sull’infortunio di Cardone, il Bologna passò in vantaggio: durante un’azione a centrocampo, Cardone si strappò di fronte al portatore di palla, Maresca, che anziché buttar fuori il pallone scattò verso l’area, aprì per Cruz che segnò senza problemi giunto in area. Sermbrava una partita stregata, ma il Vicenza la raddrizzò con una magia di Toni, probabilmente in uno dei dieci gol più belli che abbia mai realizzato in serie A.

 

(Toni fa un’autentica e bellissima magia)

Nella ripresa non successe nulla da segnalare: al 3 dicembre, tutto sommato le zone basse di classifica sorridevano al Vicenza e recitavano:

Fiorentina 12

Verona 10

Vicenza 9

Perugia 9

Brescia 6

Napoli 6

Bari 5

Reggina 3

Il 10 dicembre giunse al Menti la Lazio campione d’Italia. Era una partita difficilissima: i biancocelesti erano partiti in sordina, ma avevano iniziato a rimontare da poco e stavano cercando di ricucire il margine che li separava dalla Roma, distanti 7 punti. Ho visto tante squadre giocare a Vicenza, ma raramente forti come quella Lazio: Nedved, Crespo, Veron, Simeone, Nesta, Stankovic, Peruzzi. Il Lane quel pomeriggio venne sotterrato: Crespo, Nedved, Crespo, Salas; nel mezzo, una rete di Kallon a dare qualche barlume di speranza. La dimostrazione di forza dei laziali fu devastante, uno spettacolo incredibile. Si faceva dura, perché la settimana dopo si giocava a Parma, contro una delle squadre più forti del campionato. Quel pomeriggio di dicembre al palazzetto di Altavilla, assieme a tutti i tifosi del Vicenza che guardarono la partita, mi resi conto per la prima volta di quanto forte fosse Luca Toni: dopo un primo tempo infarcito alla noia, nella ripresa dopo appena 27” l’attaccante giunto da Treviso guadagnò palla a metà campo, avanzo qualche metro e a sorpresa calciò di sinistro, sorprendendo Buffon fuori dai pali per il vantaggio vicentino. Non era finita: poco prima del 20′, l’attaccante arrivò in area palla al piede, si presentò di nuovo davanti all’estremo difensore del Parma, lo mise a sedere e poi lo freddò con un tiro sotto la traversa.

(Attaccante meraviglioso, due gol uno più bello dell’altro. Nel secondo poi, come va via a Thuram e Cannavaro…)

La cosa incredibile di Toni era che soltanto due anni prima, dopo una pessima stagione alla Fiorenzuola, aveva pensato di smettere, convinto di non essere in grado di essere un calciatore di livello. Invece, convinto a continuare dalla sua ragazza dell’epoca (che credo sia anche l’attuale) andò alla Lodigiani, in serie C, segnando 15 reti e segnandone altrettante l’anno successivo con il Treviso in serie B. Era un attaccante ancora da sgrezzare: non era ancora il mostro che si vide poi negli anni successivi, ma già lasciava intravedere cosa sarebbe diventato. I suoi gol a Parma ci diedero tre punti fondamentali per la salvezza, ma la settimana dopo, nell’ultima sfida del 2000, il Lanerossi cadde di misura al Granillo contro la Reggina: fu una brutta partita, che vidi a casa di Gigg. Il commentatore di Tele+ dell’epoca esaltò la prestazione dei calabresi e in particolare del centrocampista Salvatore Vicari per tutti i 90′; assolutamente insopportabile. La sfida venne decisa da una rete di Brevi ad un quarto d’ora dal termine.

Nonostante la sconfitta, che comunque ci poteva stare, il Vicenza mantenne una discreta posizione in classifica, confermata quando, il 6 di gennaio, una zuccata di Dicara, specialista in gol pesanti, ci diede i tre punti contro il fanalino di coda, il Bari. Non andai al Menti, ero in vacanza con i miei genitori in montagna e vedemmo il gol nella sintesi serale della Rai. In realtà, il Vicenza non fece una gran partita e venne premiato dal fatto che quel Bari era davvero poca cosa: i pugliesi attaccarono molto di più, ma a parte un palo colpito da Sibilano non riuscirono a tirare fuori niente dalla sfida.

COMOTTO Gianluca
Gianluca Comotto, ai tempi del Vicenza. Ora gioca al Perugia. Lo ricordo con grande affetto: era un bel giocatore con un discreto senso del gol; purtroppo, quell’anno segnò reti solo in sconfitte.Foto da calciatori.com

Qualche giorno dopo, tornando dalla montagna, io e mio padre tornammo ad Altavilla a vedere il Vicenza giocare al via Del Mare contro il Lecce. Dopo una buona partenza, i nostri subirono il primo gol pugliese, giunto su una spettacolare punizione di Vugrinec, che concesse il bis su rigore poco dopo, con Tomas espulso per fallo da ultimo uomo. Con l’uomo in meno per tutto il secondo tempo, il naufragio venne completato nella ripresa da una rete di Osorio, prima del gol della bandiera di Comotto.

L’andamento fuori casa del Vicenza era preoccupante: tante sconfitte, tanto difensivismo, badare di più a non prenderle che provare a farle. In una squadra che davanti poteva schierare Toni, Kallon e Zauli non sembrava una grande tattica per la salvezza. Il 21 gennaio affrontammo il Brescia per la quarta volta in nove mesi: questa volta ne uscì un pareggio per 1-1, gol di Hubner in avvio e pareggio di Zauli nella ripresa. Il problema del nostro trequartista era chiaramente un pessimo rapporto con Reja, con il quale già in serie B aveva avuto degli screzi; non farlo giocare sarebbe però stato un assoluto crimine contro il pallone, nonostante le difficoltà ad andare in gol dimostrate fino a quel momento. Ormai il Vicenza quell’anno era una squadra abbastanza definita, con i suoi pregi e i suoi difetti: se dalla cintola in su la era decisamente affidabile, con Firmani e Bernardini in mediana, Sommese e Comotto sugli esterni e Zauli alle spalle delle due punte, i problemi maggiori erano in difesa, dove Dicara, Tomas, Marco Aurelio e Cardone erano spesso vittime di amnesie; a questo andrebbe aggiunto che Sterchele, per quanto capace di interventi decisivi, senza una retroguardia adeguata non era il più impenetrabile dei portieri.

I limiti difensivi di quel Vicenza emersero tutti insieme nella penultima giornata del girone d’andata: al Delle Alpi, contro la Juventus, non ci fu mai partita. I bianconeri ci sotterrarono per 4-0, gol di Davids e tripletta di Inzaghi. L’unica azione offensiva del Vicenza in quella partita che ricordo è un tiro di Firmani finito in fallo laterale. Se comunque quella Juventus faceva spavento (Zidane, Inzaghi, Del Piero, Trezeguet, Kovacevic, Davids, devo metterne altri?) la prestazione del Lane quel pomeriggio era stata davvero preoccupante (eufemismo). L’ultima partita del girone d’andata fu un match interno contro gli storici gemelli dell’Udinese, che vidi dai Distinti in compagnia di entrambi i miei genitori: quel giorno infatti, i bambini entravano gratis se accompagnati da un adulto e fu la prima partita allo stadio di Cossack. I friulani passarono presto in vantaggio, con un gran tiro di Jorgensen dal limite dell’area ma nel finale di tempo il Vicenza trovò la via del pari su calcio di rigore trasformato da Toni. Nella ripresa la sfida fu equilibrata: il Lane spinse un po’ di più e a metà del secondo tempo si vide annullare un gol di Comotto per un dubbio fallo del giocatore vicentino. Al 94′, quanto tutto lasciava presagire per un pareggio, Fiore fece una progressione devastante sulla sinistra, lasciando sul posto il proprio marcatore e servendo un cioccolatino a centro area per l’attaccante Massimo Margiotta, che castigò Sterchele per il raddoppio ospite. Un disastro che quella sera stessa venne accentuato dalla vittoria al 90′ del Napoli contro la Fiorentina, decisiva una rovesciata di Pecchia. Il Vicenza aveva chiuso il girone d’andata in zona retrocessione.

Roma 39

Juventus, Lazio 33

Atalanta 29

Milan 27

Fiorentina, Perugia, Udinese 25

Bologna, Inter 24

Parma 23

Lecce 21

Brescia, Napoli 17

Vicenza 16

Verona 15

Reggina 13

Bari 12

Gennaio portò comunque delle novità in rosa. All’epoca, la proprietà del Vicenza era della società inglese ENIC, che aveva quote in molte società europee: Tottenham, Glasgow Rangers, AEK Atene, Slavia Praga e Basilea, anche se il Lane era l’unica controllata per intero. L’Enic, mai particolarmente amata dai tifosi, aveva comunque ambizione e se c’è una cosa da dire è che non si lesinò mai nello spendere soldi, anche se delle volte in maniera discutibile. Gennaio aveva portato al Vicenza tre nuovi giocatori, giunti tutti in prestito: il difensore centrale Marco Zanchi dalla Juventus, il regista Ousmane Dabo dal Parma, la punta Carmine Esposito dalla Sampdoria. Il primo e il secondo si sarebbero dimostrati ottimi arrivi, il terzo è rimasto nella mia memoria solo perché sembrava sempre spaesato in campo. Mio padre era solito dire: “Esposito è a margherite”. Raramente ho visto un attaccante così superfluo. Doveroso è per me ricordare che dal Milan arrivò in prestito un certo Drazen Brncic: giocatore dalle molte consonanti e su di lui so dire solo questo, visto che giocò solo qualche scampolo di partita e io pensavo manco avesse esordito con la maglia biancorossa, con la quale invece vanta quattro presenze (di certo poco memorabili).

BRNCIC Drazen
Drazen Brncic, misconosciuto centrocampista del Vicenza tra gennaio e giugno del 2001. Se in Italia non è conosciuto granché (e probabilmente ci sono delle ragioni a riguardo), sappiate che Wiki mi informa che ha fatto le fortune della squadra olandese del Maastricht tra il 2003 e il 2007. Foto da museodelVicenzacalcio1902.com

Il sabato festeggiai il mio compleanno facendo una giornata di pallone con gli amici al parco. È qui per me doveroso segnalare che da qualche tempo avevo un nuovo amico: Rodrigo, con il quale condividevo i pomeriggi al parco a tirare calci al pallone. Quando eravamo più piccoli eravamo andati in montagna insieme; oltretutto, i nostri fratelli maggiori andavano a scuola insieme, facilitando la nostra amicizia. A questo si aggiungeva la vicinanza geografica (viveva dall’altra parte del parco rispetto a me), la comune passione per il calcio (poi da lui a lungo rinnegato) che si tramutava in lunghe e combattute sfide sotto casa e una comune predisposizione per stare fuori casa per ore consecutive, poi mantenuta nel corso degli anni. Rodrigo era un ragazzino molto più sveglio della media e da molti di vista più maturo: non era stato difficile legare, forse anche a causa del fatto che all’epoca più che oggi eravamo agli opposti in molte cose e questo anziché allontanarci ci aveva avvicinato. Quel pomeriggio al parco, Rodrigo decise la partita con una spettacolare doppietta siglata con tiri da fuori area rasoterra. Il giorno dopo andammo insieme allo stadio, accompagnati dai nostri genitori. La prima di ritorno era contro il Milan e il Vicenza passò in vantaggio al primo attacco: una superba punizione del neo entrato Dabo trafisse Abbiati. I rossoneri, in un momento difficile della loro stagione, non schieravano Shevchenko, entrato nella ripresa, rimpiazzato dal grande ex Comandini, autore di una prova molto anonima. Il Vicenza attaccò, sfiorò il raddoppio e alla fine lo trovò, con una rete di Luca Toni, bravissimo nel controllare un lancio lungo in area e sparare in rete il raddoppio. Il successo, riportò il Vicenza fuori dalla zona retrocessione. Ma la strada era ancora lunga, lunghissima.

(Che gran giornata. Quando dico che Zauli non poteva stare fuori dal campo, guardate la palla che dà a Toni sul 2-0)

Sabato il Lane ha perso in maniera indecorosa a Crotone, sprofondando in zona play-out. Domani c’è la Pro Vercelli e dobbiamo assolutamente fare tre punti. Marzo è sempre un mese che mi fa paura, calcisticamente parlando. Farà paura anche quest’anno.

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