Aspettando il Real Madrid – capitolo 4

Sole, mare, estate del 2000. In quel periodo, io e mio fratello Harry ci eravamo dati alla musica, improvvisando duetti tratti da cartoni animati. Il nostro pezzo forte però, non era una banale Hakuna Matata, bensì Ma con me ci sei tu, da La spada magica, in cui due draghi nati siamesi parlano del loro conflittuale rapporto:

(Da buon succube, io interpretavo il drago tozzo dei due. Oggi, Harry paga la cosa essendo più basso di me di un bel tot)

È impossibile per me giungere all’estate del 2000 senza narrare dei campionati europei. La stagione 1999-2000 la ricordo come la prima in cui seguii un po’ il calcio. Guardai tutta la corsa della Fiorentina in Champions League, compresi i successi a Wembley contro l’Arsenal e una vittoria in casa contro il Manchester United. Vidi la Juventus perdere 4-0 con il Celta Vigo agli ottavi di Uefa; ricordo pure la finale, in cui il Galatasaray ebbe la meglio sull’Arsenal ai rigori, per non parlare del duello Scudetto tra Lazio e Juventus deciso all’ultima giornata. Così, nel mese di giugno del 2000, mi devastai per la prima volta in vita mia di calcio internazionale. Fu impossibile non innamorarsi dell’Italia, quell’anno: Buffon si era fatto male in ritiro, quindi il titolare era Toldo; in difesa Zambrotta, Nesta, Cannavaro, Iuliano e Maldini; a centrocampo Di Biagio, Albertini, Fiore; Totti e Del Piero ad alternarsi come seconda punta alle spalle o di Inzaghi o di Delvecchio. Il primo successo, il 2-1 alla Turchia, lo vidi a casa, mentre si giocava Vicenza-Savoia, ultima di campionato. In quei giorni d’estate potevo godermi tutte le partite: ricordo un Francia-Olanda 2-3 con gol vittoria di Zenden, visto in cucina da mio cugino Valon con lui e mio padre (Valon è un nome di fantasia e su di lui ci sarebbe una cosa da dire, ma la diremo più avanti). Ricordo anche la drammatica sconfitta dell’Inghilterra giunta all’ultimo minuto con la Romania.

(La Romania di Hagi, spettacolo calcistico puro)

Intanto l’Italia mieteva successi: vittoria col Belgio, reti di Totti e spettacolare bomba di Fiore; successo con la Svezia, zuccata di Di Biagio e gran gol di Del Piero. Vinto il girone, guadagnammo l’accesso ai quarti proprio con la Romania. Fu l’unica partita che non vidi: il CAI aveva organizzato in quei giorni l’uscita di fine anno, che coincise proprio con i quarti di finale. Non ci venne concesso di restare in piedi a vedere la partita, anche se dormire fu impossibile. I nostri accompagnatori ci vennero ad informare quando Inzaghi e Totti segnarono i gol che ci consegnarono la semifinale. E poi, quella meravigliosa partita con l’Olanda. Vidi il primo tempo, a casa di un mio compagno di classe delle elementari: quella partita fu incredibile, era impossibile staccare gli occhi dallo schermo. L’Olanda era una squadra impressionante, ogni volta che attaccava faceva paura: sembrava potessimo prendere gol in ogni azione. E poi, l’espulsione di Zambrotta, il primo rigore parato da Toldo su De Boer. Mia madre venne a prendermi all’intervallo, non l’avevo mai vista così agitata per una partita di calcio. A casa, mio padre era seduto al contrario su una sedia per bambini, non più alta di trenta centimetri, completamente rapito e terrorizzato da quello che accadeva in campo. Nell’istante in cui mettemmo piede in salotto Davids venne steso in area da Iuliano. Impossibile pensare che avrebbe sbagliato di nuovo l’Olanda: invece Kluivert calciò sul palo. E poi, il resto è storia: le barricate fatte fino allo sfinimento, gli attaccanti in maglia arancione che assediano l’area azzurra, i rigori, il cucchiaio di Totti. Di questa partita ce ne sarebbe da parlare allo sfinimento, mi sento solo di dire che ne parlerò con più accortezza in separata sede.

(Le immagini di Italia – Olanda vanno riviste periodicamente)

Era impossibile non apprezzare quell’Italia: una squadra forte, ma non imbattibile, con alcuni titolari acciaccati e un paio di assenze pesanti (Vieri su tutti), ma dimostrò una capacità di fare gruppo, specie in quella partita contro l’Olanda, come raramente ho visto fare all’Italia. Andammo ad un passo dal vincere un Europeo con un gol in finale segnato da Delvecchio su cross di Pessotto (e ditemi voi se non sarebbe stato epico vincere così). Sarebbe stato un successo splendido, purtroppo la Francia aveva altri piani e ci castigò con i gol di Wiltord e Trezeguet. Piansi molto dopo quella finale, perché mi ero davvero affezionato alla Nazionale, fu probabilmente la volta in cui mi ha emozionato di più. Ci sarebbe da scrivere un capitolo a parte su quella squadra, troppo romantica e splendida per non essere amata. Le dimissioni di Zoff dopo la finale, furono assolutamente ingiuste, a mio modo di vedere un gravissimo errore.

Nei mesi successivi, il calcio mercato fu pieno di colpi al cuore: partì Brivio, il portiere di Coppa, destinato a Venezia in serie B; Mirko Conte andò alla Sampdoria, Tamburini in prestito alla Salernitana. Partirono anche Palladini, finito a Pescara, e una tristezza infinita mi prese quando se ne andò anche Schenardi, destinazione Ternana. Non vedere più le corse di Ciccio sulla fascia destra mi avrebbe segnato indelebilmente nella stagione successiva. Ultimi ma non minori drammi, il ritorno per fine prestito di Bucchi a Perugia e la partenza di Comandini, andato via per 20 miliardi di lire al Milan. L’addio del bomber fu durissimo da accettare, ancora più doloroso se si pensa che Comandini non ebbe mai la carriera che avrebbe meritato: una serie di problemi alla schiena lo segneranno fino al momento del ritiro, che giunse nel 2006 a soli ventinove anni. Il Vicenza comunque si diede da fare: tra i pali tornò Sterchele, il portiere della promozione in A con Guidolin, dopo qualche anno da girovago con le maglie di Roma, Cagliari, Brescia e Ternana. In difesa, arrivarono quasi solo difensori centrali: Stjepan Tomas, nazionale croato, Giuseppe Cardone, in prestito dal Parma, e il giovane portoghese Vasco Faisca. A centrocampo, sempre dal Parma arrivò in prestito il regista Raffaele Longo, mentre dal Treviso giunse l’incontrista Federico Crovari, oltre al ritorno di uno degli eroi della Coppa Italia, Maurizio Rossi, destinato a fare da riserva. In attacco, il Vicenza mise a segno due colpi importanti:

TONI Luca
Che orrore vederti esultare con la maglia del Verona. L’immagine, reperita in internet, è di museodelvicenzacalcio1902, che si dimostra sempre puntuale e preciso per le mie ricerce

dall’Inter giunse in prestito Mohammed Kallon, mentre dal Treviso venne acquistato un ventitreenne dai grandi mezzi, Luca Toni. Mio padre quell’estate si divertì nel dire spesso che se le altre squadre avevano due punte, noi ne avevamo solo una: Toni Kallon (devo dire che effettivamente è un gioco di parole notevole). Il reparto venne completato con l’acquisto del giovane brasiliano Jeda. Il resto della squadra rimase più o meno immutato: in difesa, tenemmo Fattori, Dal Canto, Comotto, Dicara, Tamburini e Beghetto; a centrocampo restarono l’eccelso Professore e ovviamente Zauli, oltre a Firmani e all’eterno Viviani; in attacco l’unico confermato fu Luiso e l’iper-riserva Tomic, in rosa anche l’anno prima. Ma, l’anno tardò ad iniziare: le Olimpiadi di Sidney, disputatesi a settembre, procrastinarono l’inizio del campionato. Andai allo stadio soltanto una volta, il 6 settembre del 2000, partita di Coppa Italia contro il Brescia.

Non ho ancora parlato di rivalità calcistiche, mi sembra giusto iniziare, visto che quella sera, per la prima volta in vita mia, ho avuto un assaggio di vita ultras. Nella gara d’andata, il Brescia aveva vinto 2-1 con reti di Hubner e Orlandini; il Vicenza aveva accorciato le distanze in pieno recupero con una punizione di Bernardini. Mio padre decise di portarmi per la prima volta in vita mia in Curva Nord. Oggi, è il settore destinato agli ospiti, mentre all’epoca, con lo stadio completamente agibile, era l’altra curva di tifosi del Vicenza: gli ospiti stavano nello spicchio in angolo tra la Nord e i Distinti. I rapporti con il Brescia, comunque, erano (e sono ancora) pessimi da sempre: il Vicenza nutre una serie di rivalità molto sentite, quella con le rondinelle è seconda a poche, forse solo a quella con il Verona. Quella sera le tifoserie erano parecchio agitate, tanto che iniziò il lancio di oggetti tra i due settori dello stadio: a qualche minuto dall’inizio della partita, venni colpito alla testa da qualcosa. Mi misi a piangere, mio padre iniziò a guardarmi la testa terrorizzato; fortunatamente, era solo una mezza mela e non mi feci niente, anche se devo dire che fu particolarmente traumatico. I nostri e quelli del Brescia si lanciarono oggetti per tutta la partita, in alcuni momenti completamente incuranti dello svolgersi del match: l’incontro iniziò e il Vicenza passò immediatamente in vantaggio con una rete del neo-acquisto Cardone, sbucato su calcio d’angolo. Il primo tempo fu tutto a nostro favore: assediammo in lungo e in largo, raddoppiando alla mezzora quando Zauli venne steso in area da Bisoli; dal dischetto, Luiso firmò il raddoppio. Il Vicenza sembrava in controllo e sfiorò più volte il terzo gol, facendosi bloccare tutto il bloccabile dall’ottimo portiere avversario Srnicek (tra l’altro, scomparso di recente); poi tutto andò a rotoli al 20′ del secondo tempo: Hubner, lanciato in contropiede, venne steso senza remore da Tomas.

lamberto_zauli
Lamberto Zauli con la fascia da capitano  in maglia biancorossa. Ogni tanto, avere un giocatore come Zauli mi manca quasi da stare male. Anzi, senza quasi. Immagine di Delinquenti prestati al mondo del pallone

Rigore ed espulsione. Lo stesso Hubner trasformò il 2-1 e il conto della sfida era in parità. L’uomo in meno non impedì al Vicenza di continuare ad attaccare, anche nei supplementari. Ma era una partita tutta storta, tanto che al 10′ del secondo tempo supplementare Fattori e Luiso presero palo e traversa nella stessa azione. Si finì ai calci di rigore: il Vicenza sbagliò il secondo con Zauli, Sterchele respinse il quarto dei nostri avversari calciato da Calori. In un clima bollente si finì ad oltranza: Diana sorprese tutti facendo il cucchiaio al sesto calcio di rigore, scatenando le bestemmie di Sterchele che rischiò di farsi espellere; il nostro sesto rigore venne affidato a Crovari. Calciò benissimo, con Srnicek destinato nell’angolo in basso a sinistra e il pallone in quello in alto a destra; ma la sfera batté sulla traversa e tornò in campo. Eravamo fuori, mentre i bresciani nello spicchio di fianco al nostro festeggiavano e proseguivano con il lancio di oggetti. Non so se avrei dovuto coglierlo come un presagio, forse sì.

Un paio di settimane dopo, papà mi comunicò che saremmo andati a vedere la prima di campionato, a San Siro contro il Milan: gli avevano regalato due biglietti per la partita. Pensai bene di ammalarmi tre giorni prima: non avevo mai visto mio padre in lacrime in vita mia prima, quel giovedì pomeriggio piangemmo insieme, disperati dalla possibilità di non andare a Milano. Ebbi un recupero miracoloso e la domenica mattina ero in piedi, pronto a prendere il treno per Milano. L’emozione di entrare a San Siro per la prima volta non la dimenticherò mai: non solo perché tuttora non ci sono mai potuto rientrare per una partita, ma perché i biglietti che eravamo riusciti ad ottenere ci permisero di fare il giro dello stadio e di calcare l’erba di San Siro. Entrammo sul terreno di gioco in contemporanea ai giocatori del Vicenza che facevano un giro per tastare il terreno. San Siro è impressionante visto dal basso, assolutamente mostruoso. Mi chiesi quanta impressione può fare giocare lì dentro. Ebbi abbastanza presto la risposta: i nostri quel pomeriggio scesero in campo intimoriti dai 60’000 accorsi (4’000 almeno i vicentini) per la prima giornata di campionato. Sterchele sbagliò totalmente un’uscita dopo 15′ e Bierhoff ci castigò; nel finale giunse pure il raddoppio, segnato da Shevchenko sempre di testa. Ma, nonostante lo scoramento per la sconfitta, ero comunque felice di essere stato a San Siro a vedere giocare il Vicenza e disputare comunque una prova decorosa. Ma adesso bisognava concentrarsi sulla stagione: la salvezza non sarebbe stata facile.

(Il Vicenza fece una bella partita, pur perdendo 2-0. Il secondo gol di Shevchenko è davvero un colpo da grande attaccante. Zauli a muso duro con Gattuso vale parecchio)

Quella settimana mi ruppi il polso cadendo in bicicletta. Fu una caduta abbastanza rovinosa: io e i miei amici stavamo facendo delle corse in bicicletta, io persi il controllo del mezzo, caddi di lato e il manubrio batté esattamente sul polso sinistro, fratturandomi ulna e radio. Venni portato a casa dal mio amico Gigg, un braccio intorno alla mia spalla e uno che portava la mia bicicletta, peraltro rimasta senza pedali nella caduta. Sul mio sviluppo calcistico, questo ebbe una grande risonanza: all’epoca giocavo nella storica formazione cittadina del San Paolo. L’infortunio m’impedì di giocare per un mese: questo mi pose ai margini della squadra quando tornai. I molto sensibili allenatori dell’epoca pensavano che far giocare cinque minuti a partita un bambino di otto anni fosse sufficiente perché si divertisse. Me ne sarei andato a settembre dell’anno dopo, il giorno dopo aver fatto il primo allenamento. Perché racconto questo? Perché ci tornerà utile in seguito, quando la mia “carriera” calcistica potrà assumere dei significati. Comunque, pur giocando scampoli di partita, riuscii a decidere un match contro il Maddalene con una rete di rapina nei minuti finali (io mi ricordo quasi tutti i gol che ho segnato giocando a calcio, sono parte fondamentale della mia autostima).

La rottura del braccio non fermò la mia passione per il Lane, tuttavia mia madre cercava in tutti i modi di porre un freno alla malattia mia e di papà. Così, la domenica della seconda di campionato, andammo a Milano a vedere una mostra anziché vedere la partita con l’Atalanta. Fu un match duro, segnato dalla pioggia torrenziale che rese il campo ai limiti del praticabile. Il Vicenza passò in vantaggio con Toni ad inizio ripresa, quindi venne raggiunto da un colpo di testa di Doni e da una rete di Rossini nel finale, macchiata dal grave infortunio occorso a Cardone nella stessa azione del gol in uno scontro con l’attaccante orobico. La settimana dopo, il Vicenza andò a giocare all’Olimpico contro la Roma, la grande favorita per la vittoria del campionato. Andammo al palasport di Altavilla a vedere la partita, perché lì erano soliti trasmettere la partita su maxi schermo (all’epoca il satellite non era diffuso come oggi, quindi ci si arrangiava come si poteva in sale parrocchiali). I biancorossi giocarono un buon primo tempo, difendendosi strenuamente dagli assalti dei romanisti, ma al 39′ Delvecchio si prodigò in una fuga sulla sinistra e crossò sul secondo palo per il liberissimo Totti, che siglò il vantaggio. Nella ripresa, il raddoppio giunse con un tap-in di Montella, viziato da un sospetto intervento di Batistuta su Sterchele. Il Vicenza trovò risorse insperate e, pur avendo passato buona parte della partita a difendersi trovò il 2-1 con Kallon, autore di un pregevole pallonetto ai danni di Antonioli. Sembrava esserci margine per provare a pareggiare, ma nell’azione successiva al gol arrivò il terzo gol della Roma, in fotocopia al primo, stavolta segnato Batistuta. Tre sconfitte in tre partite e Vicenza ultimo in classifica. Difficile immaginare un ritorno peggiore in serie A.

(Insopportabile telecronista romanista. C’è da dire che quella era un’edizione dei giallorossi fenomenale. Comunque il gol più bello della partita, per quanto mostrato poco e male, è sicuramente quello di Kallon)

Il primo novembre giunse al Menti il Perugia, in una partita già decisiva per la stagione. Si giocava di mercoledì a causa della partita in onore del Giubileo, giocatasi la domenica precedente e rivelatasi un mesto 0-0. L’inizio fu traumatico: Materazzi si divorò il vantaggio davanti a Sterchele, che poi si prodigò in un intervento strepitoso su Zé Maria. Il Vicenza uscì alla distanza e iniziò a cercare la porta, trovando muri eretti da Mazzantini e dai difensori perugini. Sembrava un match stregato, destinato a finire in pareggio nonostante l’espulsione di Materazzi a metà del secondo tempo. Invece, proprio al 90′, su un traversone di Zauli, Di Loreto saltò con il braccio alto, ai limiti dell’area di rigore. Collina assegnò il rigore, pur tra le proteste dei giocatori del Grifone. Dal dischetto, Kallon trasformò, dandoci i primi tre punti del campionato. In settimana, nella parentesi di mercato di riparazione d’ottobre, il Vicenza cedette Fattori al Torino, ottenendo in cambio un esterno di centrocampo: Vincenzo Sommese.

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L’arrivo di ottobre in casa biancorossa, Vincenzo Sommese. Immagine reperita da gettyimages.com

Con il nuovo arrivato, il Vicenza si presentò al San Paolo per la trasferta di Napoli contro una rivale per la salvezza. Quel giorno andai a Venezia coi miei familiari e dalle tre m’incollai alla radiolina per seguire l’esito della partita. E mentre il Napoli attaccava, il Vicenza colpiva: al 25′, un inedito cross di Toni, indirizzato sul secondo palo, trovava l’accorrente Sommese, il neo-arrivato, pronto a schiacciare in porta il pallone del vantaggio. Durò poco: il Napoli trovò il pareggio con un magistrale sinistro a giro del giovane terzino Jankulovski, sul quale Sterchele non poteva fare nulla. Ma il Vicenza non cedette e continuò a macinare gioco: Sterchele compì una prodezza per sventare il raddoppio di Amoruso, quindi nel finale di tempo Kallon colpì l’incrocio dei pali di testa. Il gol della vittoria biancorossa giunse casualmente: Sommese, ancora lui, andò al cross dalla destra e lo sbilenco traversone del centrocampista assunse una traiettoria imprevedibile, beffando Mancini per il raddoppio biancorosso. Poi, pur sotto l’assedio del Napoli, il Vicenza non concedette più quasi nulla. Seconda vittoria consecutiva e qualche spettro allontanato. La salvezza si poteva fare.

(Quelli di Controcampo parlano della partita solo in chiave Napoli. Complimenti per l’onestà intellettuale in una televisione nazionale.)

Non ho postato questo pezzo sabato, in concomitanza con la partita contro l’Avellino, per mancanza di tempo. Cercherò di essere più puntuale sabato prossimo, ma il tempo che ho a disposizione è quello che è. Vorrei esprimere anche un pensiero sulla partita: i tifosi dell’Avellino, a partita conclusa, hanno esposto uno striscione con scritto “Figli di madre cagna”. Nel primo tempo, Insigne (Roberto) ha fatto il dito medio alla curva del Vicenza, rea di aver fatto cori come “Benvenuti in Italia” e simili ai tifosi irpini. Dei due gesti, sinceramente, è quello del calciatore che non dovrebbe essere concesso. A me, che un tifoso dell’Avellino mi insulti, non me ne frega niente. Loro sono dei nessuno, come io sono un nessuno nella loro vita, e un coro cantato allo stadio, uno striscione esposto, non sono sinceramente niente che mi tanga, non è che m’indigno. Ma un calciatore deve essere superiore a queste cose e Insigne ha dimostrato di non esserlo. Meglio cambiare mestiere, anche se sei forte, se non sei in grado di dimostrarti superiore ai tifosi della squadra avversaria.

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