All Star Game 2001

Ah, l’All Star game di basket. La partita delle stelle, dove i migliori giocatori a Ovest affrontano quelli dell’Est. La sfida, specialmente negli ultimi anni, ha perso (parere mio, ma credo abbastanza condivisibile), abbastanza fascino: non tanto perché non sia un piacere vedere gente fare voli sopra il ferro e giocate spettacolari, quanto perché ha perso di agonismo ed è sempre più apparsa come una passerella di campioni. Quindi, rinverdiamo un po’ i fasti di questa sfida e andiamo a rivederci uno degli All Star Game più belli di sempre: un grande classico, la partita delle stelle del 2001.

Alla vigilia della sfida, l’Ovest è nettamente favorito. Gli occidentali schierano nel quintetto selezionato dai tifosi Jason Kidd, Kobe Bryant, Chris Webber, Tim Duncan e Kevin Garnett. Panchina di assoluto livello con Rasheed Wallace, Michael Finley, Gary Payton, Antonio McDyess, David Robinson, Vlade Divac e Karl Malone. Manca Shaq, infortunato, ma i lunghi presenti sono assolutamente all’altezza del compito. Allenatore Rick Adelman, coach dei Sacramento Kings in quel momento primi in campionato. L’Est, che pur di sicuro non ha una formazione da buttare via, è decisamente sfavorito e mette in campo: Vince Carter, Anthony Mason, Tracy McGrady, Antonio Davis e Allen Iverson. Il problema sta nel fatto che i lunghi titolari selezionati dal pubblico sono infortunati: sia Alonzo Mourning che Theo Ratliff non sono della partita, oltre a Grant Hill, che fa l’ingresso in campo con tanto di stampelle. Per sopperire alle assenze, l’allenatore dei Philadelphia 76ers, Larry Brown, chiama il centro di Atlanta Dikembe Mutombo, che completa una panchina in cui siedono anche Ray Allen, Stephon Marbury, Glenn Robinson, Latrell Sprewell, Jerry Stackhouse e Allan Houston. Insomma, non sembra ci siano grandi presupposti per sperare in una vittoria dell’Est, decisamente inferiori a roster.

(Un difensore come pochi, Mutombo, uno che da passare era ostico, per usare un eufemismo. Sottolineo che a quell’All Star Game ci arriva a 34 anni, quasi 35. Si ritirerà solo nel 2009, a 43 anni.)

Si gioca a Washington DC e l’avvio è già da partita vera: dopo due minuti Duncan stoppa (!! Due anni fa, l’All Star Game è stato chiuso con 0 stoppate. Zero. Tanto per far capire la differenza tra le difese di ieri e oggi) McGrady. L’avvio è talmente tanto marcato a favore dell’Ovest che le speranze sembrano davvero esigue: l’avvio è 11-0, interrotto da Antonio Davis con un canestro in uscita dal primo timeout. L’Est si è risvegliato, ma il divario è ancora notevole. Non è solo questione di punti, ma proprio di gioco: i canestri dell’Ovest sono spettacolari, sembra la squadra giochi a memoria pur essendo un incontro di esibizione; quelli dell’Est sono difficili, sudati, sofferti, alcuni frutto di palle sporche. Sembra tutto già scritto, resterebbe solo da decidere l’MVP e capire chi tra i vari Duncan, Garnett, Bryant e compagnia potrebbe esserlo, con l’ultimo di questi favorito. McGrady ha pure le polveri bagnate, quindi chi salverà l’Est? C’è solo una risposta possibile: The Answer, Allen Iverson (sei proprio un facilone, lasciatelo dire) che si sobbarca l’onere di tenere in piedi la squadra, che comunque naufraga nel primo quarto per 30-17.

(Non la solita, banale, top-10 di Allen Iverson)

Il secondo quarto è interlocutorio e fa chiudere a metà tempo sul 61-50 per l’Ovest. Nel terzo quarto, l’Est sembra soccombere definitivamente: altri 8 punti di svantaggio accumulati e punteggio impietoso, 89-70. Nel quarto però, Larry Brown ha avuto un’idea: in pochi credono di poter vincere questa partita. Uno di questi, oltre ad Iverson, è certamente Dikembe Mutombo, che ogni volta che può si erge a guardiano del ferro. Gli altri “lunghi” (virgolettato non tanto per le qualità tecniche, indiscutibili, quanto per una certa attitudine al gioco). L’idea di Larry Brown è la seguente: fuori i lunghi, dentro Mutombo (che sta in campo tutto l’ultimo quarto) circondato da piccoli. Quando lo svantaggio torna a 21 punti di distanza a 9′ dal termine, inizia la rimonta. Sul parquet per l’Est Mutombo, Iverson, Carter, Steakhouse e Ray Allen.

L’Est inizia a rientrare, forzando gli attacchi dell’Ovest a scontrarsi su Mutombo. Iverson, come dice il Guru Tranquillo in telecronaca “Marca Kidd dentro ai pantaloncini” e a lui va dietro tutta la squadra, che inizia a fare difesa vera a tutto campo. In attacco però, entrare se non hai la maglia numero 3 di Philadelphia o la 15 di Toronto appare comunque complicato, e allora si va di tiro da fuori, con Steakhouse, Allen e lo stesso Carter. A 5′ e 30” dalla fine le triple di Stek e Carter riportano a -7 i loro. La rimonta prosegue inesorabile, fino a quando non arriva la parità a quota 100 con un canestro (il primo) di McGrady, che recupera dalla spazzatura un pallone fondamentale. È lotta punto a punto: Bryant fa canestro, risponde una tripla di Iverson. Poi a 1′ dal termine, con l’Ovest tornato avanti di 3, è Stephon Marbury, con una tripla senza senso a timbrare la parità a 108 con l’ultimo giro di lancette da giocare. È Kobe a prendersi la responsabilità per l’Ovest, andando sul lato sinistro e lasciando partire un bellissimo jumper per il nuovo +2. Trentasette e spicci sul cronometro. Si va dall’altra parte e di nuovo, from Coney Island, Stephon Marbury: palleggia in faccia a Kidd, mette i piedi fuori dalla linea da 3 di nuovo. Parabola splendida, solo rete. L’ultimo possesso lo gioca Bryant, marcato proprio da Marbury. Arriva sulla lunetta del tiro libero, arresta, finta il tiro e scarica per Duncan; Tim tira, cortissimo, Webber prova a rialzarlo verso il canestro ma è ferro e comunque è finita. L’Est vince il più incredibile All Star Game di sempre, giocando con una squadra di piccoli contro una squadra di lunghi. Iverson giustamente MVP, ma le prestazioni di Carter, Marbury e Mutombo sono qualcosa di fenomenale. Mutombo fa una partita talmente splendida che qualche giorno dopo Iverson otterrà dalla dirigenza di portarlo con lui e coach Larry Brown a Philadelphia, dove insieme andranno fino alle finali. Ma questa è un’altra storia.

(L’ultimo quarto è categoricamente da vedere, senza se e senza ma. Proporrei una petizione: rivoglio l’All Star Game con le divise della propria squadra)

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