Aspettando il Real Madrid – capitolo 2

Bene, finora siamo stati romantici, siamo stati dolci, melassa che cola sui treni della nostalgia e sui ricordi. Ma era solo l’introduzione, l’infanzia, i bei ricordi della giovinezza. Da oggi saremo pop, saremo punk, pazzi furiosi impelagati nella lotta per la sopravvivenza calcistica, brutalizzati dal passaggio dalla sporadicità alla quotidianità, dalla provincia alla città, dalla zona residenziale al confine coi bassi fondi. Saremo diversi, saremo cambiati, saremo meno spensierati ma più consapevoli. E allora boom: beccatevi i miei discutibili gusti musicali, che torneranno in questo pezzo come nei prossimi. La prima “band” (virgolettato d’obbligo) che ho ascoltato assiduamente nella mia vita sono stati, innegabilmente e indiscutibilmente, gli 883. Però, se io vi postassi una banale “Gli anni” o “Nella notte”, sarei il cane più comune. No, no, c’è solo un pezzo che merita di entrare qui: S’inkazza.

(io so che gli 883 sono inevitabilmente fonte di discussioni; non è che mi metto qui a difenderne le doti artistiche, anche perché non c’è quasi nulla da difendere. Tuttavia i versi d’apertura “Quando torni a casa alle sei/Come un ninja fai le scale/Entri con passo felpato ma poi/ Si accende la luce e lei ti assale” sono talmente adolescenziali che non si può non amarli)

Durante il calciomercato, il Vicenza operava una campagna acquisti che aveva il preciso obiettivo di trovare i giocatori giusti per ambire alla promozione in serie A: in difesa, via Diliso, Morabito, Scarlato, Stovini e Mendez (in assoluto uno dei giocatori che più rappresentava il Vicenza di Guidolin, pochi piedi e tanta grinta), arrivano Comotto e Fattori, che rimpolpano un reparto che può già contare su Conte (Mirko), Dicara, Tamburini, Marco Aurelio, Belotti e Beghetto; a centrocampo, il Lane perde Di Carlo, restato in serie A al Lecce, Ambrosetti va al Chelsea (a livello umano, un tradimento pesantissimo), arriva il regista Antonino Bernardini, in assoluto uno dei giocatori che ho più amato di sempre; in attacco, parte Marcelo Otero, destinato ad un finale di carriera abbastanza anonimo a Siviglia, e il mai troppo amato Marco Negri, cui fanno da contraltare il ritorno, dopo un breve prestito al Pescara, di Pasquale Luiso, e l’arrivo di due giovani di belle speranze, Gianni Comandini da Cesena e Cristian Bucchi in prestito dal Perugia. Quell’anno, il Vicenza si schiererà tendenzialmente con un 3-4-1-2: l’eterno Brivio in porta, Fattori, Conte e l’intramontabile Giacomino Dicara in difesa, con Belotti e Marco Aurelio a fare da riserve; a centrocampo, Schenardi e Tamburini sulle fasce, Palladini e Bernardini in mezzo al campo, con Viviani e Firmani pronti a subentrare; Zauli fondamentale in trequarti, Comandini e Luiso in attacco con Bucchi riserva. Reja confermato in panchina, nonostante la retrocessione dell’anno prima.

Risolta questa pedante parentesi di mercato, torniamo alla Storia: nell’estate del 1999, io, mia madre ed Harry andammo in vacanza a Lavarone con amici di famiglia. Durante quella vacanza, papà veniva a trovarci spesso, occasioni sfruttate per parlare della Coppa Italia, che all’epoca prevedeva degli orribili gironi estivi da cui solo la prima classificata accedeva alla fase ad eliminazione diretta. L’esordio fu una sconfitta per 2-0 contro il Ravenna, cui fece seguito la prima grande dimostrazione di forza di quel Vicenza: 5-0 alla Spal, tripletta di Comandini, gol di Luiso e autorete di Fimognari (credo comunque che quella Spal fosse una squadra poco memorabile). Tornando da Lavarone, io e mio padre ci facemmo lasciare allo stadio per la terza partita del gironcino, un match interno contro l’Alzano Virescit, formazione neo-promossa in serie B che vestiva una curiosa maglia a scacchi bianconera. Il Vicenza vinse 2-1 con una doppietta di Luiso. C’era margine per tentare la rimonta sul Ravenna, ma una brutale sconfitta per 3-0 nel match di ritorno contro l’Alzano rese vana qualsiasi ambizione di rimonta. Accompagnati da Pico, amico di famiglia nonché mio babysitter da bambino, andammo a vedere l’ultima partita interna del girone, la gara di ritorno contro il Ravenna: gli ospiti andarono in vantaggio nel primo tempo e il Vicenza cinse d’assedio la porta ravennate per tutto il tempo che seguì. Quando ormai la partita stava volgendo al termine, e io assistevo sconsolato alla sconfitta dei miei beniamini, rimasi folgorato da un giocatore: Gianni Comandini.

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Oh Gianni, avresti meritato una carriera di gran lunga migliore di quella che hai avuto. Le gioie che mi hai regalato in quella stagione sono tuttora non quantificabili

 A 5′ dalla fine, corner battuto sul primo palo da Bernardini e spettacolare rovesciata del bomber con il numero 20 per il gol del pareggio. Rimasi estasiato: avevo trovato il mio primo idolo in maglia biancorossa. Il Vicenza uscì dalla Coppa Italia, pareggiando nell’ultima partita sul campo della Spal. Ma adesso le chiacchiere stavano a zero: iniziava il campionato.

La cosa più importante che ho capito grazie alla stagione di calcio 1999-2000 è come funziona esattamente l’anno per un tifoso di calcio. Lasciate perdere quelle stronzate che si fanno tra il 31 dicembre e il primo di gennaio: l’anno inizia in coincidenza della prima partita di campionato, cui seguono nove mesi di ansie, stress, depressioni, alternati a momenti di euforia, gioia ingiustificata, un generale senso di voler bene al mondo. Qualsiasi evento o situazione faccia parte della tua vita al di fuori del calcio, per novanta minuti alla settimana perde completamente di significato; non solo: l’esito della partita determina certamente lo svilupparsi della tua vita nelle ore e nei giorni successivi. Se la partita è particolarmente importante, anche per settimane. La stagione si sviluppa su questa linea, lasciando il tifoso in uno stato di continuo mutamento umorale, a seconda dei risultati della propria squadra del cuore. Con il termine della stagione arriva l’estate, che non vuol dire altro se non il compimento della tanto attesa attesa distensione fisica: per tre mesi si possono coltivare passioni per altri sport senza nutrire un senso abbacinante di malessere fisico allo sterno, si è in pace con se stessi e con il mondo, ci si gode il sole e la pigrizia estiva. Il campionato è inevitabilmente segnato dal maltempo, dalla pioggia, dal vento, il freddo, la neve: tutte cose che non fanno altro che infierire sul tuo umore, magari già basso di per sé a causa di una sconfitta giunta al 92′ contro il Piacenza.

L’anno iniziò quindi il 29 agosto 1999: il Vicenza uscì vittorioso per 1-0 da una trasferta a Treviso. Seguii la partita per radio con mio padre mentre andavamo a Ferrara a vedere i Buskers, gioendo per il gol di Viviani in avvio di ripresa che ci consegnò i tre punti. Non tornai subito allo stadio, il 5 settembre fummo bloccati da un impegno di famiglia mentre il Vicenza pareggiava in casa col Genoa; la settimana dopo uscimmo sconfitti per 1-0 a Terni. La mia prima partita di campionato fu di nuovo contro l’Alzano Virescit: il Vicenza passò immediatamente in vantaggio, con una zuccata su calcio d’angolo di Fattori, quindi nella ripresa si scatenò Comandini, che andò a segno due volte; in mezzo, l’Alzano trovò la via del gol con Memmo. La squadra però stentava a decollare: la settimana dopo uscì sconfitta per 2-1 a Napoli, castigata da Schwoch e Turrini; ne seguì un successo per 6-0 in anticipo serale contro l’Empoli. Me la ricordo come una partita bellissima, in cui il Vicenza dominò in lungo e in largo finendo il primo tempo avanti già per 5-0: Luiso mise a segno una tripletta, Comandini un’altra doppietta, cui si aggiunse una rete di Tamburini. L’euforia totale che mi colse per quel successo venne turbata quando vidi la squadra che rientrava negli spogliatoi senza salutare la curva al termine della partita. Per la prima volta, mio padre mi spiegò qualcosa degli ultras: avevano contestato la squadra in settimana e in tutta risposta i giocatori dopo la partita avevano imboccato il tunnel degli spogliatoi senza salutare. Dimenticai presto l’evento, ma fu la prima volta in cui ebbi la percezione di cosa fossero gli ultras. Che, comunque, quella sera avevano dato spettacolo con tanto di fuochi d’artificio.

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L’immagine è di repertorio, mi è difficile riuscire a capire quale potrebbe essere una foto che risale a quella stagione; va da sé che ho cercato di scegliere quella che mi sembrava più azzeccata. La tifoseria del Vicenza resta sempre e comunque ammirevole

Nel frattempo, conducevo un’onorevole terza elementare, inframezzata dallo studio del violino, costante nei miei successivi dieci anni di vita, e dal calcio giocato, cui mi ero avvicinato l’anno prima. Non ho mai avuto la pretesa di essere un fenomeno, né tanto meno le qualità per esserlo: essendo ancora in tenera età poi, venivo schierato in qualsiasi ruolo del campo, dall’attacco alla porta. Giocavo nella gloriosa squadra cittadina del San Paolo, su un campo che definire tale è sicuramente generoso; vestivo la maglia numero 27 (ai primi calci veniva assegnata una maglietta che si teneva per tutto l’anno) e ricordo che in una partita contro il Malo misi a segno una rapinosa tripletta in una match vinto 5-2. Ormai il calcio, nelle sue forme disparate, occupava buona parte del mio tempo libero: il trasferimento in città mi aveva dato finalmente la possibilità di giocare a pallone con i miei coetanei al parchetto sotto casa; al mio ottavo compleanno ricevetti il mio primo videogioco di calcio in regalo, lo storico Fifa 2000 con Montella in copertina. La mia malattia è in realtà rappresentata meglio dal regalo che ricevetti a Natale del 1999, quello che veramente mi segnalò come disturbato affetto dal morbo del Pallone: l’Annuario del calcio mondiale ’99-2000.

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Perle inestimabili

Quel libro, che altro non è che un compendio di dati e statistiche, è consunto e divorato nella mia libreria: il fatto che abbia passato così tanto tempo a guardare statistiche riguardanti i risultati della coppa nazionale albanese e del campionato israeliano è probabilmente il sintomo di qualche malattia mentale che non sono ancora stato in grado di riconoscere (mi ha dato tuttavia modo di scoprire che il più grande cannoniere di sempre della storia del calcio non è Pelé, bensì il brasiliano Arthur Friedenreich, autore di 1329 gol in carriera (in realtà, non ci sono statistiche certe a riguardo, ma sono abbastanza certo che Pelé abbia occultato i dati)). In classe ero circondato da ragazzini che tifavano squadroni: chi Milan, chi Inter, chi Juve. Era difficile destreggiarsi in tutto questo, vittima di scherno costante per la mia fede biancorossa, ma trovai inaspettatamente un compagno nella fede, il mio primo amico che tifava il Lane come me: Cossack (al solito, il nome è di fantasia, sono certo lui riderà parecchio quando scoprirà che l’ho appellato così). Cossack aveva amato la squadra giunta in semifinale di Coppa delle Coppe due anni prima e godeva di un padre appassionato, anche se non costante nel suo tifo. Il fatto di avere un amico con cui condividere la mia passione per i colori biancorossi fu fonte di salvezza, perché di fronte al mare magno di persone legate agli squadroni mi resi conto che non ero l’unico ottenne (libera citazione Wattersoniana di Calvin & Hobbes) al mondo che tifava una squadra in Serie B. Oltretutto, avevo qualcuno con cui parlare di Comandini e Luiso, anziché di Recoba e Shevchenko.

Dopo il successo con l’Empoli, il Vicenza cadde a Ravenna per 2-1; la settimana dopo, in un grigio pomeriggio d’ottobre, assistetti ad un successo per 2-0 contro il Cosenza, giunto grazie a due calci di rigore, di cui almeno uno dubbio. Il Lane non fece una grande partita, ma fu inaspettatamente la svolta del campionato: fu la prima di cinque vittorie consecutive che lanciarono il Vicenza nelle zone alte della classifica. I biancorossi espugnarono prima il campo del fanalino di coda, la Fermana, quindi batterono in casa la Pistoiese con una doppietta di Bucchi, ai primi gol in campionato (non ero presente, mia madre aveva insistito e ottenuto di iscrivermi al CAI, i cui organizzatori erano talmente stronzi da organizzare le uscite sistematicamente quando il Vicenza giocava in casa) e vinsero 1-0 a Pescara con una rete di Viviani a 3′ dalla fine. La settimana dopo giunse al Menti l’Atalanta: persi anche quella partita, colpito dall’influenza. Non avendo ancora esperienza di come si utilizzava una radio, l’unico modo per conoscere il risultato era guardare Quelli che il Calcio, e ogni volta che comparivano i risultati di Serie B in sovrimpressione sperare che il Vicenza avesse fatto gol. L’Atalanta passò immediatamente in vantaggio con un rigore di Doni, ma il Lane prese il possesso della partita e iniziò ad attaccare forsennatamente, andando in vantaggio prima della fine del primo tempo con le reti di Bernardini su rigore e Bucchi. I Drudi (non ho mai capito perché, ma quando ero piccolo mio padre chiamava così gli atalantini) pareggiarono di nuovo con Doni in avvio di ripresa, poi il Vicenza si scatenò: Bucchi andò a segno altre due volte e anche Luiso trovò la via della rete, prima che Caccia rendesse meno pesante il passivo per gli ospiti. Finale 5-3 e Vicenza giunto alla quinta vittoria di fila, ormai lanciatissimo in classifica.

(“Chi non salta tifa l’Atalanta!” un motto, uno slogan da mantenere costante nel tempo. Comunque un gran Vicenza quel pomeriggio)

La settimana dopo, il Lane era impegnato nella complicata trasferta di Brescia, una delle rivali per la promozione: le rondinelle andarono in vantaggio nel primo tempo con Ylana, poi espulso nel corso della ripresa. Il Brescia si chiuse in difesa per tutto il secondo tempo, ma quando ormai tutto faceva presagire per la sconfitta, Luiso venne atterrato in area di rigore a tempo quasi scaduto: dagli undici metri, un rigore bomba di Comandini siglò un pareggio che era manna dal cielo. La settimana dopo, il 5 dicembre, al Menti giunse la Sampdoria ed è tuttora una delle partite del Vicenza a cui sono più legato. Un successo ci avrebbe consegnato la vetta, in concomitanza con la sconfitta dell’Atalanta con il Chievo, e ci avrebbe imposto al campionato come favoriti, battendo oltretutto una rivale diretta. L’inizio fu subito un colpo al petto: al 18′, Casale venne lanciato in area biancorossa e castigò Brivio con un diagonale non angolato ma potente a sufficienza. Incassammo il colpo, ma la reazione giunse poco dopo, veemente: il Vicenza attaccò per tutto il primo tempo, senza però riuscire a superare un ottimo Sereni, impegnato più volte. Nella ripresa, con i biancorossi sempre all’attacco, poco dopo il quarto d’ora Schenardi venne steso in area da Vergassola: rigore e conseguente gol del sempre preciso Comandini. Ma la Samp si chiuse a riccio in area: pur se rinunciatari in attacco, i blucerchiati di Ventura fecero uno strenuo catenaccio ad impedirci di trovare il gol. Giunto al 90′, iniziai a scendere gli scalini che portavano verso l’uscita, convinto ormai che la partita sarebbe finita 1-1.

“Dove vai?” mi disse mio padre.

“Tanto finisce così.” e ripresi a scendere i gradini.

“Guarda che le partite si guardano fino alla fine.”

Non ci credevo: la Samp non ci avrebbe mai lasciato segnare, avrebbe sparato via il pallone e consegnato alla storia un pareggio che li avrebbe lasciati in testa alla classifica.

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Il Toro di Sora, il cui cuore infinito dovrebbe essere insegnato nelle scuole calcio come valore fondamentale

Giunto in fondo alla scalinata, volsi nuovamente lo sguardo verso il campo, e vidi, ma soprattutto capii le parole di mio padre. Su un rilancio lungo, Luiso alzò il pallone verso Comandini, al limite dell’area; il suo compagno di reparto, saltando più alto del suo marcatore, chiuse il triangolo di testa, restituendogli la sfera.
Senza pensarci due volte, il Toro di Sora lasciò partire un sinistro fulmineo che bucò la porta di Sereni; un urlo assordante esplose in tutto lo stadio. Corsi su per le scale, andando incontro a mio padre, abbracciandolo per la gioia. Il Vicenza aveva vinto. Il Vicenza aveva vinto 2-1 contro la Sampdoria. Il Vicenza aveva vinto contro una rivale storica come la Sampdoria, con un gol al 93′. Il Vicenza aveva vinto, ed era primo in classifica.

Esiste un riflesso filmato della partita, ma non su Youtube: si può recuperare qui, in un recondito archivio di immagini Rai, ed è peraltro necessario scaricare il video per godersi i filmati della partita. Comunque la Rai merita un voto pari a 2- per la scandalosa qualità con cui ha caricato il video.

Oggi il Vicenza affronta la Virtus Lanciano, dopo lo scialbo pareggio di Como della settimana scorsa. Loro hanno quasi l’acqua alla gola e sarà una partita delicata. Spalto Alto freme, perché contro il Lanciano è derby dell’Odio (sul perché sia il Derby dell’Odio ci arriveremo un giorno, notare bene che con il Lanciano a livello effettivo non c’è nessuna reale rivalità sportiva).

Questo secondo capitolo di Aspettando il Real Madrid è dedicato a Cossack, che ritroverò in curva oggi pomeriggio. Comparirà più volte in momenti diversi in questa Storia; l’amicizia che ci lega è preziosa e importante, oggi come sedici anni fa. L’amore comune per il Lane e una certa comunanza di pensieri riguardo la vita, l’universo e tutto quanto lo rendono tuttora una delle persone a cui mi sento più legato.

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