La settimana del Super Bowl/1: Steelers – Colts 2006

Il football americano non è uno sport che in Italia abbiamo nelle nostre corde: troppe regole complicate, troppe pause, troppa lentezza. È, ma lo dice il nome stesso, lo sport più da americani degli americani, fatto (tra le altre cose) per mandare una vagonata di spot pubblicitari, fare bere una quantità di birra industriale ai presenti allo stadio, dare svago domenicale a chi si guarda le partite in salotto. Ma c’è una logica dietro a questo sport, c’è agonismo, ci sono schemi: è molto simile agli scacchi, devi capire la mossa dell’avversario e impedirgli di portarla a termine; una volta bloccato, devi contrattaccare senza pietà. È uno sport che regala giocate a livello atletico e tecnico semplicemente mostruose, scatti da 100 yard per fare touchdown, salti mortali per andare oltre la linea di meta, difensori pronti a tutto pur d’intercettare il pallone. I puristi del rugby non sopportano il football e c’è da capirli: l’unica cosa che hanno in comune i due sport è la forma del pallone, provare un paragone è assolutamente stupido. A me sinceramente piace il football e la passione per questo sport è nata in me una buia sera di gennaio del 2006, in cui ho iniziato ad avere una squadra per cui fare il tifo quando guardo la NFL. Quella squadra sono gli Indianapolis Colts e la partita di cui vi parlo è il primo turno di play-off del 2006, giocato in casa contro i Pittsburgh Steelers.

(Ah, gli special sulle partite fatti dalle tv americane, quanto li amo. Già solo la colonna sonora è pensata per trasmettere epicità. Questo è un riassunto della partita, consiglio, se il racconto della partita vi invoglia, di vederlo alla fine)

So che le regole del football possono non essere chiare, quindi faccio una breve introduzione per spiegarle. Si gioca in 11 contro 11 e le rose delle squadre sono composte da una sessantina di giocatori, divisi in tre squadre per le diverse situazioni: attacco, difesa e special team, che scende in campo in situazioni di partita particolari; ogni giocatore titolare ha la sua riserva, per questo i giocatori sono 60 e più. Il match inizia con un kick-off: la squadra sorteggiata per iniziare in difesa effettua un calcio al volo del pallone nella metà campo degli avversari, che avanzano finché la squadra che ha calciato non li blocca. Dal punto in cui gli attaccanti sono stati fermati, inizia il drive, ossia la serie di azioni svolte in attacco: i drive sono composti da dei down, e si hanno a disposizione quattro down per superare dieci yard dal punto di partenza. Ogni volta che le dieci yard vengono superate, il conteggio dei down viene azzerato e si riparte dal primo. L’azione in attacco prevede un passaggio all’indietro fatto da un lineman, gli uomini di linea, per il quarterback, che può scegliere se cedere il pallone a qualcuno alle sue spalle, se lanciarlo in avanti o se partire palla in mano verso l’area avversaria. Il drive può terminare in tre modi: la squadra in attacco avanza fino alla endzone (l’area di meta), realizzando un touchdown (credo non serva spiegare cosa sia), dal valore di sei punti, cui se ne aggiunge un settimo da realizzare con un field goal, un calcio da fermo; la squadra in attacco, non riuscendo ad avanzare a sufficienza per completare un drive in meta, effettua un calcio da fermo in mezzo ai pali (vale tre punti) oppure un punt, simile al drop del rugby, in cui si restituisce la sfera agli avversari; infine, se la squadra in difesa intercetta il pallone (fumble) e riparte verso l’area avversaria, quando il giocatore palla in mano viene fermato inizia un nuovo drive con le squadre a ruoli invertiti. Una partita dura quattro tempi da quindici minuti. (io credo che meglio di così non potessi spiegare come funziona all’incirca una partita di football, va da sé che mi fustigherò se non sono stato abbastanza esauriente).

La stagione 2005-2006 è stata un’ottima annata per gli Indianapolis Colts: l’anno passato avevano concluso con un’onorevole eliminazione al primo turno di play-off contro i New England Patriots, mentre quell’anno avevano vinto la loro Division ed erano avanzati direttamente al primo turno di play-off, senza passare per il Wild Card Game (un turno preliminare tra le squadre peggio piazzate). Gli Steelers di contro non avevano fatto un camponato altrettanto ottimo, ma avevano ottenuto l’accesso al Wild Card Game, dove avevano eliminato i Cincinnati Bengals. I Colts sono guidati da Peyton Manning nel ruolo di quarterback, che in quella stagione ha stabilito, assieme al wide receiver (gli esterni d”attacco) Marvin Harrison, il record per numero di touchdown realizzato su giocate in coppia (passaggio del quarterback-ricezione e touchdown del wide receiver). Gli Steelers hanno in regia Ben Roethlisberger, un pool di attaccanti fortissimi e soprattutto un difensore micidiale come Troy Polamalu, specialista nell’intercettare il pallone. Nonostante il campionato sia andato meglio ai Colts, sono gli Steelers ad essere favoriti, considerati una squadra più forte e più completa. Si gioca all’RCA Dome di Indianapolis, davanti a quasi sessantamila tifosi. L’avvio è shock: nel primo drive, gli Steelers fanno touchdown con il wide receiver Antwaan Randle El, e prima della fine del primo quarto ne completano un secondo con l’altro wide receiver, Hines Ward.

(Gli AC/DC ci accompagnano nel vedere gli highlights della carriera di Hines Ward, giocatore assolutamente favoloso)

L’attacco dei Colts è asfittico e, nonostante un Manning in gran spolvero (quel giorno completerà lanci per un totale di quasi 300 yard), non riesce a sfondare la solida difesa degli Steelers, guidati dall’incontenibile Polamalu. Nel secondo quarto, Indianapolis trova i suoi primi tre punti, con un piazzato del kicker (lo specialista dei calci piazzati) Mike Vanderjagt, ma nel terzo quarto, gli Steelers sembrano mettere in ghiaccio la partita: prima Polamalu placca Manning quasi all’altezza dell’end zone dei Colts, quindi poco dopo il running back (i giocatori che ricevono il pallone dal quarterback all’indietro per sfondare la difesa di forza) Jerome Bettis completa una breve corsa che porta gli Steelers avanti per 21-3 quando si entra nell’ultimo quarto. È a questo punto che mi sono innamorato follemente degli Indianapolis Colts. L’ultimo quarto si apre con uno straordinario lancio di 50 yard di Peyton Manning per il tight end (giocatore che assiste i linemen nella protezione del quarterback, ma che allo stesso tempo ha mansioni offensive nel caso di lanci per corse brevi (di solito)) Dallas Clark, e Indy vola a -11. L’attacco degli Steelers va a vuoto e i Colts si rigettano in attacco in un nuovo drive con 6 minuti da giocare. Dopo un contestato intercetto annullato al solito Polamalu, Manning guida i suoi nel drive fino al touchdown realizzato dal running back Edgerrin James; a sorpresa, Indianapolis sceglie di non effettuare il field goal, ma bensì una conversione, cioé una giocata da due punti in cui invece che calciare tra i pali si tenta di rientrare nell’area di meta palla in mano da una distanza ridotta. Si ha un solo tentativo per realizzarla ed è una giocata rischiosa, che raramente viene adottata dalle squadre, ma i Colts non hanno niente da perdere: Manning lancia nell’angolo della end zone per il wide receiver Reggie Wayne, lasciatosi alle spalle due difensori degli Steelers, per il -3 dei Colts. Il finale è al cardiopalma. Il drive degli Steelers viene annullato dalla strenua difesa dei Colts, ma Manning nell’offensiva successiva non riesce a riportare i suoi in avanti e anzi, subisce un sack (un placcaggio) a due yard dalla end zone dei Colts, dando la palla per chiudere la partita agli Steelers. Manca 1′ e 20” sul cronometro e Pittsburgh ha la palla in mano a 2 yard dalla end zone di Indianapolis, quando succede l’incredibile: Roethlisberger affida l’ovale a Jerome Bettis, ma questo viene caricato dal defensive lineman Gary Brackett, che causa un fumble e permette al defensive back Nick Harper di involarsi palla in mano verso la end zone avversaria. Sembra che nessuno sia in grado di fermarlo, invece un uomo c’è: è il quarterback Ben Roethlisberger. Dovete sapere che i quarterback sono poco affini a giocate difensive, ma Roethlisberger s’inventa questo tackle decisivo che verrà ribattezzato come The Immaculate Tackle, fermando la corsa di Harper.

(La difesa dei Colts che recupera questo pallone è incredibile, ma il coraggio e la freddezza di Roethlisberger nel bloccare Nick Harper sono encomiabili)

Ma adesso c’è tempo: Indianapolis ha il tempo per provarci. C’è poco più di un minuto, Manning trascina i suoi altre trenta yard in avanti. Io ormai ero in piedi sul divano, che urlavo e strepitavo, facendo un tifo sfegatato per i Colts. Ero già conquistato: il simbolo dei puledri mi aveva già marchiato il cuore. Con 20” da giocare, Indianapolis sceglie giustamente di tentare la via del calcio tra i pali per forzare i supplementari e fa tornare sul campo di gioco il kicker Mike Vanderjagt. Sappiate questo, su di lui: 266 tentativi in carriera, 230 trasformazioni. Uno score di 15/22 nei tentativi da più di 50 yard, quel tentativo è da 46. Quell’annata, 23/24 complessivamente. Fino a quella partita, non aveva mai sbagliato un singolo calcio in partite giocate tra le mura amiche. Praticamente, il Dio in Terra dei calci da fermo del football. Sbaglierà quel fottuto tiro. Lo trovate a metà di questo video.

(Il titolo del video è assolutamente e totalmente esplicativo)

Pittsburgh vincerà 21-18, quindi eliminerà i Denver Broncos e vincerà il SuperBowl contro i Seattle Seahawks. Vanderjagt lascerà i Colts per andare ai Dallas Cowboys, sostituito da Adam Vinatieri, che sarà decisivo nella vittoria del titolo l’anno seguente contro i Chicago Bears. Quell’incredibile rimonta fallita per questione di metri mi è rimasta impressa: mi ha fatto appassionare al football, al suo campionato, alle sue squadre, alle sue regole e particolarità. Mi rendo conto allo stesso tempo che non è uno sport semplice, delle volte può annoiare a morte, che a volte è incomprensibile (esiste una regola sulla violenza non necessaria, che in un gioco dove la violenza ne è parte integrante e fondamentale è alquanto un controsenso). Ma ha un suo perché e io l’ho trovato in quella partita, vedendo i Colts dare tutti loro stessi per rientrare in partita, arrivando a qualche metro di distanza dal compiere una clamorosa impresa. L’amore che ho provato per quella banda di perdenti non è mai rimasto immutato.

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