Aspettando il Real Madrid – Capitolo 1

Questa è una storia che (forse) vale la pena di essere raccontata. È la biografia personale di chi scrive questo blog: ho un nome e un cognome, ma me lo tengo stretto per me (non è una questione di privacy, ma di cazzi propri). Questa è la storia semi-seria (perché se l’avessi presa troppo sul serio mi sarei sparato sui testicoli) della mia vita e di quello che è stata l’unica vera costante della mia esistenza: il Vicenza Calcio, la squadra della mia città. Il fatto puramente narcisistico per il quale intendo raccontare la mia vita attraverso il calcio, oltre a fare della doverosa autoanalisi sul male quotidiano che mi infliggo a seguire questa squadra, è il fatto che al Vicenza è attribuibile la mentalità che sta dietro a questo blog: a tifare Golia non c’è gusto. Su come abbia maturato questo mio pensiero non ci arriveremo subito e probabilmente non in questo capitolo, ma ci arriveremo. Ma non è solo questo. IO vorrei dirvi che è una storia d’amore, malatissima e piena di rimorsi e ripensamenti. Anche questo è un tasto che toccheremo più avanti.

Sono nato ad Arzignano, una notte di febbraio di quasi ventiquattro anni fa: a quello che ricordo, nei miei primi anni di vita, del calcio non me ne poteva fregare di meno. Ero più interessato a costruire finti zoo con gli animali di plastica e questo è sicuramente imputabile all’influenza di mio fratello maggiore (che chiameremo per comodità Harry (se leggerà si arrabbierà tantissimo (ricordati che ti voglio bene))), il quale ha mantenuto costante la sua noncuranza per questioni futili come lo sport. Non solo: a questo si aggiunge il fatto che vivevo in culo ai lupi (vorrei metterla davvero in un modo diverso questa frase, lo giuro, ma non riesco a trovare una definizione migliore), in un condominio con un colore orribile, cui stava affianco un altro condominio di un colore altrettanto orribile (palesemente abusi edilizi), sui colli berici che sovrastano Altavilla, paesino nell’hinterland vicentino (se uscite dal casello autostradale di Vicenza Ovest potete ammirare la loro oscenità guardando dritto davanti a voi). Gli unici due bambini della mia età, che per comodità chiameremo Ash e Brock, condividevano diversi interessi con me (soprattutto Star Wars, i Pokémon e inventarci storie semi-fantasy) e nutrivano un forte disinteresse per il calcio. Questo crimine perpetrato contro i nostri padri, tutti e tre tifosi, è in parte dovuto alle nostre madri, che ci hanno cresciuti cercando d’insinuare che il Dio Pallone fosse un demone, in parte perché comunque c’era una certa indifferenza riguardo l’argomento. Certo, sapevo che papà tifava Vicenza, mentre il padre di Ash propendeva per l’Inter e quello di Brock per la Juventus (questo comunque non causava grossi sbeffeggi nei confronti di mio padre, il rispetto per il Lane c’era), ma non m’interessava granché. Oltretutto mio padre (per comodità, i miei genitori resteranno appellati come padre e madre, o come pa’ e ma’, o come mamma e papà), come mi disse anni dopo, aveva avuto un lungo disinnamoramento per il calcio in seguito allo scandalo scommesse che aveva coinvolto anche i biancorossi nel 1986. Solo il Vicenza di Guidolin l’aveva fatto tornare allo stadio, un pomeriggio primaverile del 1995: quella squadra (Sterchele, d’Ignazio, Praticò, Lopez, Sartor, Lombardini, Viviani, Cozza, Di Carlo, Rossi, Murgita la so anche a memoria, tié) era formidabile, e giocava un calcio talmente splendido che fece rompere il digiuno di Menti (lo stadio di Vicenza (ma serviva dirlo?)) che mio padre si era autoimposto. Ad ogni modo, il primo ricordo che ho legato al Vicenza è datato 24 novembre 1996 ed è un Vicenza – Reggiana 2-0.

(Ambrosetti sul secondo gol fa qualcosa di incredibile; il primo è bello e basta. Ancetti che definisce l’assist di Otero “coraggioso” è poesia)

Quel giorno il Vicenza, per la prima volta in 94 anni, fu capolista solitario in Serie A. La cosa curiosa è che coincideva con il quarantesimo compleanno di mio padre, che trovai esultante in salotto mentre sventolava un bandierone biancorosso davanti a 90° minuto, assieme ai padri di Ash e Brock. Non fu un’epifania, ma creò in me un certo interesse nella cosa. Perché mio padre cantava gioioso in salotto per una partita di calcio? Perché sventolava un bandierone che avrebbe potuto abbattere il prezioso lampadario settecentesco di mamma? Perché…? (ero nel periodo dei perché). Fu un episodio, ma rimase impresso nella mia memoria, ed è uno dei primi ricordi che ho in assoluto, se non forse il primo. Il fatto successivo è di gran lunga più formativo: la finale di Coppa Italia di quell’anno, cui il Vicenza giunse dopo una lunga ed esaltante cavalcata. In finale, dopo aver perso a Napoli 1-0, giocava la partita di ritorno in casa. Mio padre andò, io ero ancora troppo piccolo e troppo poco interessato per aggregarmi a lui. La guardai a casa con mia madre: non credo lei morisse dalla voglia di vederla, ma mio padre le impose di registrarla (in casa dispongo ancora del VHS originale). Fu un trionfo: il Vicenza vinse 3-0 ai supplementari, portando a casa il primo trofeo professionistico della sua storia, apice di uno dei cicli più belli del Vicenza Calcio, una favola sportiva da incorniciare.

(è impossibile che io mi stanchi di vedere questi tre gol)

La cosa ormai si era insinuata nella mia mente di bambino di quattro anni, ero diventato corrompibile (ma non ancora corrotto) dal Dio Pallone: volevo andare allo stadio. Quell’estate, mio padre mi portò per la prima volta al Romeo Menti di Vicenza, dove assistetti a un’amichevole contro l’Al Nasr, formazione del Dubai. Non avevo presente i giocatori, non sapevo ancora distinguerli in campo, al che continuavo a chiedere a mio padre chi era quello, chi era quell’altro, chi ha fatto gol. Fino ad oggi, 29 gennaio 2016, non avevo mai trovato dati su quella partita, ricordavo solo che avevamo vinto 5-1 (con un sesto gol all’ultimo minuto, annullato per fuorigioco), che avevo assistito la partita dai distinti e che mio padre mi aveva comprato una bandiera raffigurante Gatton Gattoni (quella bandiera è tuttora con me). Oggi, posso mostrare al mondo con fierezza, il tabellino di quella partita:

VICENZA-AL NASR DUBAI 5-1
   VICENZA: BRIVIO (1' ST MONDINI), VIVIANI (1' ST SAPIENZA),
STOVINI (1' ST BELOTTI), CANALS (1' ST DICARA), COCO (1' ST
PASQUALIN), SCHENARDI (1' ST DI NAPOLI), AMBROSINI, DI CARLO (1'
ST BARONIO), AMBROSETTI (1'ST BEGHETTO), IANNUZZI, FACETTI (24'
ST STOVINI).
   AL NASR DUBAI: OBAID H. (6' ST MOHAMED), MUBARAK, KHAMIS,
MOHD (41' ST MAYED), RABEE, ABBAS (41' ST AHMED), YAMIL M. (24'
ST YAMIL S.), ABDULLA G. (41' ST ESSA), MOOSA (38' ST OMOR),
IBRAHIM (34' ST ABDULLA I., OBAID E. (24' ST HAMAD).
   ARBITRO: PIN DI CONEGLIANO VENETO
   RETI: NEL PT ALL'11' SCHENARDI, 23' MUBARAK, 36' IANNUZZI, 41'
PACETTI E AL 44' AMBROSETTI; NELL'ST AL 16' DICARA
   ANGOLI: 7 A 7
   NOTE: SERATA CALDA, TERRENO IN BUONE CONDIZIONI,  SPETTATORI
2000 PER UN INCASSO DI 32 MILIONI.

(Ho scoperto che questa partita è allo stesso tempo l’ultima in biancorosso dell’indimenticabile portiere Mondini e la prima dello straordinario trequartista Zauli)

Reperito qui: http://www2.raisport.rai.it/news/sport/calcio/199708/20/33fa187505c81/

Iniziavo a chiedere qualche informazione sul Vicenza a mio padre, che si lasciava consumare da un figlio affamato di novità: qual era stato il miglior piazzamento del Vicenza in Serie a (2° posto, stagione 1977-78), chi era il giocatore più forte dei nostri (Marcelo Otero), quando vinceremo lo Scudetto (non lo so, ma succederà), è vero che Baggio è di Vicenza (sì, ha iniziato qui), quando sei stato per la prima volta allo stadio (30 aprile 1961, Vicenza-Fiorentina 0-0, vista con il tuo bisnonno), e così via. La stagione 1997-98 fu per me decisiva, nella vita come nel mio amore per il Vicenza: nell’estate che la precedette, i miei genitori mi chiesero se volevo fare la primina e andare alle elementari con un anno d’anticipo (la risposta fu sì) lasciando la materna; il 4 gennaio 1998 “debuttai” in Serie A, un Vicenza-Bari 1-2, gol di Luiso prima della rimonta barese con reti di Masinga e di un giovanissimo Zambrotta. Ricordo che ci rimasi male, anche se meno: percepivo non fosse una partita importante, e comunque non ero stato ancora presissimo dalla cosa.

(Rivedendo le immagini, ho un ricordo più nitido del gol di Zambrotta che di quello di Luiso: questo probabilmente è sintomatico degli scompensi emotivi che ho accumulato nella mia vita a causa del Vicenza)

Quella squadra però, aveva ben altro per la testa: la Coppa delle Coppe, torneo nel quale il Vicenza era già giunto ai quarti di finale, eliminando Legia Varsavia e Shaktar Donestk. Mio padre trepidava di fronte alla campagna europea biancorossa e, pur se non con la stessa enfasi, io con lui. Il passaggio del turno contro il Roda, demolito vincendo 4-1 in Olanda e 5-0 a Vicenza, schiuse le porte della semifinale. Il sorteggio ci assegnò il Chelsea, la squadra più forte del lotto. Non andai a vedere la partita: mio padre vide il match in casa, in cui il Vicenza prevalse 1-0 con uno straordinario gol di Zauli, da vedere e rivedere in tutte le salse.

(un giocatore favoloso, un gol splendido)

Dopo questo, comprò i biglietti d’aereo per la partita di Londra, dove andarono lui e mia madre. Quando lo seppi chiesi perché non potevo andare con loro a Londra a vedere il Vicenza. Ma mio padre aveva deciso di andare con lei (nella mia innocenza, non ero in grado di cogliere che stavano vivendo un momento delicato), quindi mi prese da parte e mi disse la frase che ha cambiato la mia vita:

“Senti, io a Londra vado con la mamma. Ma se vinciamo, andiamo in finale a Stoccolma e ci andiamo tutti e quattro. E se andiamo a Stoccolma vinciamo, vinciamo di sicuro. E poi, ad agosto, giochiamo contro il Real Madrid, e andiamo a vederci anche quella.”

Lo sbigottimento e l’euforia che mi colsero in quel momento furono uniche: la mia passione per il calcio in quei mesi si era tradotta in un accurata e continua visione delle vecchie videocassette delle stagioni del Vicenza e lo studio attento e preciso delle statistiche contenute negli annuari calcistici. Sapevo che squadra era il Real Madrid: il club più vincente di sempre (oltretutto, mio padre suppose soltanto che avrebbe vinto la Champions, supposizione esatta). Io volevo vedere il Real Madrid! Il Vicenza avrebbe giocato contro il Real Madrid! E allora mi fidai, convinto che saremmo andati a Stoccolma a vedere la finale e che poi saremmo andati a vedere Vicenza – Real Madrid. Mio padre partì con mamma e mi lasciò con Harry a casa della nonna. Guardai il primo tempo di Chelsea-Vicenza, poi la nonna mi spedì a letto a fine primo tempo, con la partita sull’1-1, un gol ingiustamente annullato a Luiso, la convinzione che ce l’avremmo fatta. Eravamo forti, ero cresciuto nella convinzione che eravamo forti. Ce l’avremmo fatta.

Il ritorno alla realtà, la mattina dopo, fu qualcosa di traumatico. La prima cosa che chiesi alla nonna appena sveglio fu il risultato della partita. Mia nonna, il cui carattere definirei “brusco”, rispose lapidaria, in veneto: “Ei ga sugà ben, ma i ga perso 3 a 1. Xe un gran pecà, perché i meritava de vinsere”. Lo sconforto che mi prese in quel momento è una delle sensazioni che ancora maggiormente mi stringe il cuore: il Vicenza aveva giocato una partita superba, giocandosela alla pari col Chelsea a Stanford Bridge, ma aveva perso, punito dalle reti di Zola e Mark Hughes nella ripresa, con Mendez che si divora la rete del 2-2 di testa e De Goey che toglie dalla crapa di Luiso il pallone del possibile 3-2. Mio padre tornò da Londra distrutto emotivamente, perché a vedere il Real Madrid ci credeva pure lui. Il periodo che seguì fu particolare: andammo a vedere un’altra partita quell’anno, un Vicenza-Juventus 0-0 con una dignitosa partita della squadra di Guidolin contro i futuri campioni d’Italia. Ma mio padre non pensò a niente che non fosse quella partita di Londra per giorni, settimane. Ho percepito il malessere che lo aveva colto: lui sapeva, era sicuro, che chi fosse passato tra Chelsea e Vicenza avrebbe vinto la Coppa delle Coppe, e così fu. I londinesi vinsero a Stoccolma contro lo Stoccarda con un gol di Zola a venti minuti dalla fine; a fine agosto giocarono la Supercoppa Europea contro il Real Madrid e vinsero pure quella. In mezzo ci furono i mondiali del ’98, che seguii ben poco: vidi l’Italia battere la Norvegia 1-0 agli ottavi, seguii per radio in campeggio il quarto di finale perso ai rigori contro la Francia. Completai la primina (qualche tempo fa ho ritrovato le valutazioni dell’esame di fine anno, devo dire che pensavo di aver ottenuto risultati migliori), a settembre iniziai le elementari.

Il Vicenza era radicalmente cambiato: se n’era andato Guidolin, sostituito da Colomba, poi trombato a metà campionato in favore di Reja. La squadra giocava molto peggio, i veterani erano stanchi e iniziavano a sentire il peso degli anni, ai nuovi arrivati mancava la verve di chi li aveva preceduti. Prima dell’inizio della scuola, feci la mia prima trasferta: 12 settembre 1998, Parma-Vicenza 0-0 sotto un diluvio universale, con altri 1500 tifosi biancorossi. Ho un ricordo bellissimo di quella partita: quel Parma schierava Buffon, Sartor, Benarrivo, Cannavaro, Thuram, Fuser, Boghossian, Dino Baggio, Veròn, Asprilla. Impressionante, ma il Vicenza si arroccò in difesa e portò a casa un prezioso punto, che faceva ben promettere. Invece la squadra andò male tutto l’anno, ma pur sapendo tutti i risultati, ancora non mi era permesso andare troppo allo stadio e quell’anno vidi soltanto altre tre partite: le prime due furono in Coppa Italia, un successo 3-0 contro il Brescia e una sconfitta per 0-1 contro l’Udinese, la terza fu una vittoria 2-0 in casa contro l’Empoli sul finire della stagione. Nel mezzo un sacco di sconfitte brutte, che mio padre mi risparmiò (sicuramente a ragione): il Bologna ci aveva segnato otto gol in due partite, con la Roma due partite disastrose, con la Fiorentina idem, con l’Inter erano arrivati due pareggi beffardi. Tante brutte sconfitte nelle partite cruciali: il capolinea alla terzultima, quando proprio l’Udinese di Guidolin venne a vincere al Menti per 3-2, in piena corsa per la UEFA (vorrei dire che non se n’è visti tanti come Guidolin a Vicenza e non ha mai fatto mancare il rispetto e l’amore che ha provato per questa squadra (questo per dire che si perdona tutto, ma fu una ferita al cuore mica da ridere)), la settimana successicva la retrocessione fu sancita da una sconfitta per 2-1 nello scontro diretto contro la Salernitana, che sarebbe retrocessa la settimana dopo ancora (questa storia meriterebbe un approfondimento, del quale magari mi occuperò un giorno). Non fu debilitante, non fu terribile, ma purtroppo sembrava che un ciclo fosse finito ed era necessario iniziarne un altro. Nell’estate 1999 ci trasferimmo da Altavilla a Vicenza: l’anno prima Brock si era trasferito a Bologna e Ash rimase lì da solo (ci vive tuttora(io sono sempre con te amico, lo so quant’è stata dura)). Trasferirsi in città significava una cosa e mio padre me la disse chiara e tonda: da quest’anno, verrai sempre con me a vedere il Vicenza. Era una notizia bellissima, la migliore che potevo avere nel lasciare la casa in cui ero cresciuto fino a quel momento.

Questo è il prologo, il battesimo della mia storia, in cui mio padre avrà una parte fondamentale e ce l’ha tuttora, perché è una storia ancora in divenire. Parte della colpa e del male mentale e fisico che mi sono fatto seguendo il Vicenza in questi anni è attribuibile a lui. Lo giustifico soltanto perché è un sognatore, e ha osato sognare una cosa meravigliosa e bellissima e voleva rendermi partecipe del suo sogno. Ma insinuare della testa di un bambino di sei anni la possibilità che un giorno il Vicenza sfidi il Real Madrid in una finale sia un evento possibile, può innescare qualcosa di davvero pericoloso. Perché può rischiare di crederci per tutta la vita.

Domani (oggi per chi legge) il Vicenza gioca a Como. Io andrò a vederla in riva al lago, nei pullman dei tifosi. Mio padre non verrà, non viene quasi mai in trasferta. Manca Ebagua, ci sono rumors di mercato su Raicevic. Bisogna vincere, per sistemare la classifica. Sarà una partita dura.

Il prossimo capitolo, uscirà sabato mattina prima della partita contro il Lanciano. Forza Lane!

p.s.: non si può scrivere tutto tutto. Va da sé che Ash, Brock e mio fratello Harry erano gli unici amici su cui contavo in quegli anni. Se Harry vive ancora coi miei in casa, il rapporto con Ash e Brock, se pur saltuario, è continuato negli anni e siamo rimasti ottimi amici; anche se non trapela in questo pezzo, loro due sono stati e sono delle persone che sono parte integrante della mia vita. Il loro disinteresse per il calcio non li farà parte fondamentale di questa storia, anche se magari ogni tanto faranno capolino. A loro comunque è dedicato questo primo capitolo.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s