Il sogno di un volo

C’è una storia che viene sempre raccontata male. Ma sapete perché viene raccontata male? Perché chi ama lo sport ha un grosso problema: non ha memoria. Gli sportivi si dimenticano delle partite, accavallano risultati, ricordano solo gli apici delle squadre, le partite importanti, le finali. Farò un esempio: la Juve nel 2000 perde lo Scudetto nella fatal Perugia in favore della Lazio ed è impresso nella memoria collettiva. Ma quanti ricordano lo scontro diretto giocatosi a Torino sei settimane prima, a cui la Juve arriva con 6 punti di vantaggio e perde, castigata dal Cholo Simeone?

(Faccio una promessa al mio amico Jon, un giorno di quella Lazio ne parlo)

Se la Lazio non avesse vinto quella partita, come sarebbe andata a finire? Ed è uno dei motivi per cui io vorrei (provare a) raccontare meglio una storia, a mio avviso raccontata sempre in maniera superficiale, esaltandone soltanto (in parte giustamente) l’apice, la punta dell’iceberg. E ne parliamo in maniera completa, dilungandoci, cercando quelle cose che non sono sotto gli occhi di tutti. Oggi parliamo di un sogno. Una cosa che sta assolutamente al di fuori di ogni logica sportiva. Parliamo di una squadra di sognatori, che trascina nel sogno del loro volo un’intera Nazione. Oggi parliamo della squadra olimpica di pallacanestro del 2004.

La nostra storia inizia un anno prima di quell’Olimpiade: inizia a Norrkoping, Svezia, l’otto settembre 2003. L’Italia si presenta ad una competizione ufficiale guidata per la prima volta in panchina da Carlo Recalcati, che ha sostituito Tanjevic dopo il brutto europeo del 2001. Il roster ha perso Myers e Fucka, i due grandi trascinatori nella vittoria all’Europeo del 1999 ma finora i risultati ottenuti dalla squadra di Charlie non sono dei migliori: al girone, dopo una sconfitta (brutta) contro la Slovenia, era giunta una clamorosa debacle contro la Francia (52-85 per i galletti) e solo una vittoria in una sfida dentro-fuori contro la Bosnia (non proprio il Dream Team) aveva consentito agli azzurri di giungere al turno eliminatorio.

Sul cammino dell’Italia però c’è la Germania di Dirk Nowitzki, reduce da un terzo posto agli europei del 2001, piazzamento bissato ai mondiali dell’anno seguente. I tedeschi hanno cambiato qualche giocatore rispetto alla competizione iridata (manca soprattutto Pascal Roller in regia), ma ci sono ottimi componenti: Rodl, Okulaja, Demirel, Femerling, Garris, oltre, ovviamente, a Nowitzki. L’Italia è composta da: Radulovic, Basile, Galanda, Soragna, Marconato, De Pol, Righetti, Lamma, Bulleri, Mian, Chiacig, Cittadini. La sfida contro i teutonici si mette presto male: alla fine del primo quarto siamo sotto 28-19, all’intervallo 51-44. Quando mancano 6′ alla fine del terzo quarto, con la Germania conduce di 9, Flavio Tranquillo dice:

“Mi auguro di sbagliarmi, ma vedo piedi di piombo, corpi di piombo in maglia azzurra.”

E qui, per la prima volta, compare quella che sarà l’Italia Olimpica: i lunghi si prodigano in una difesa commovente su Nowitzki, Bulleri sembra un Jason Williams in maglia azzurra, con tanto di palleggi dietro la schiena, pallone incollato ai polpastrelli e tripla in faccia a WunderDirk (!!!), Radulovic (fino a quel momento impalpabile) ha un risveglio offensivo decisivo nel momento cruciale della partita. Un parziale di 15-4 ci mette avanti alla fine del terzo periodo e poi è difesa dura e canestri pesanti in attacco. Vinciamo 86-84, decisiva una schiacciata di Marconato, servito da un assist favoloso di Mian, prima del finale giocato sui tiri liberi.

(Mi rendo conto che guardarla tutta è improbo (io l’ho fatto, ma io sono pazzo) ma l’ultimo quarto è mezzo è qualcosa di favoloso. E poi c’è Flavio Tranquillo, mica pizza e fichi)

Si va ai quarti, dove c’è nientepopodimeno che la Grecia, vincitrice del proprio girone e quindi andata direttamente ai quarti senza passare per il primo turno. I nomi fanno paura: Diamantidis, Papanikolau, Fotsis, Alvertis, Papaloukas, Dikoudis, Sigalas, Tsakalidis. Il match è molto diverso rispetto a quello con la Germania: col cavolo che si passano gli ottanta punti, stavolta è già tanto arrivare a 60; la difesa greca è ben più ostica di quella tedesca, ma il loro attacco ha le polveri bagnate. Si resta punto a punto, per quasi tutta la partita: nel finale, pur con Marconato e Galanda fuori per falli, l’Italia la porta a casa guidata da un monumentale Matteo Soragna. Finale 61-59 e si va in semifinale, dove troviamo la Spagna di Navarro e un giovanissimo Gasol. Gli azzurri fanno una partita eroica contro i favoriti iberici: chiudono avanti a metà tempo, guidati da un superlativo Bulleri (che chiude a 24 la partita), si fanno recuperare e superare, ma tengono fino al rush finale, quando il tiro per forzare il supplementare proprio di Bulleri si spegne sul primo ferro. Si va alla finalina per il terzo posto, ma non è un premio di consolazione: chi vince, guadagna il pass per l’Olimpiade di Atene. Di fronte ci ritroviamo la Francia, che ci ha massacrato nel girone. Non sarà la stessa partita.

I galletti sono quelli: Parker, Pietrus, Diaw, oltre che un giovane Turiaf a fare da dodicesimo. Ma l’Italia è strepitosa: Davide Lamma, che parte in quintetto al posto di Bulleri, claudicante, mette piede in campo quasi per la prima volta nell’europeo e, pur non trovando la via del canestro, guida nella gestione di palla e in difesa la squadra. Gli azzurri chiudono avanti 24-13 il primo quarto e 39-27 all’intervallo lungo. Ma sembra non poter durare: la Francia torna sotto di fisico, con prepotenza. Bulleri e Basile sono praticamente degli zombi, ma l’Italia ha contributi fondamentali da Mian, Marconato (in doppia doppia alla fine) e Galanda, che tengono in piedi la squadra. La Francia rimette pure il naso avanti, poi gli azzurri ripassano in vanataggio e grazie al fallo sistematico francese si ritrovano avanti di 3 con una ventina di secondi da giocare. La difesa fa fallo su Parker, che ai liberi ne segna solo uno su due. Sulla rimessa però, Bulleri scivola fuori dal campo col pallone in mano. La Francia può portarla al supplementare, ma il lay up di Parker finisce cortissimo, forse toccato da Bulleri, forse spinto via dagli dei del basket. Pure Tranquillo perde completamente l’aplomb e strilla al microfono, sull’orlo delle lacrime, travolto dalla commozione. L’Italia va ad Atene dopo aver compiuto l’impresa di vincere tre partite su quattro, partendo sempre da sfavorita.

(Il primo tempo di Lamma è qualcosa di sensazionale, ma il cuore con cui l’Italia gioca questa partita nella sua interezza è una cosa sportivamente splendida. Gli ultimi quattro minuti della partita sono obbligatori se amate la palla a spicchi)

Quel 14 settembre l’Italia della pallavolo vince l’europeo in finale proprio con la Francia. La Gazzetta, in barba a quanto farebbe oggi, strilla in prima pagina:

“Due piccioni con una fava: Italia batte Francia 2-0”

(Purtroppo vado a memoria, perché la prima pagina di quel giorno della Gazzetta non è reperibile (A torto (Male GdS, male)) Già allora iniziava il declino della rosea). Quell’Italia è una Squadra (maiuscola doverosissima) magnifica, che supera avversari molto più quotati, giocando una difesa a zona 3-2; basket difensivamente maestoso e offensivamente accettabile, con alla guida un capitano meraviglioso come Giacomo Galanda, un regista impeccabile e funambolico come Massimo Bulleri, due lunghi dal cuore infinito come Denis Marconato e Roberto “Ghiaccio” Chiacig, un pazzesco difensore perimetrale come Matteo Soragna, un unico vero fenomeno, ossia Gianluca Basile, azzoppato per tutto il torneo, e un gruppo di onesti giocatori come Mian, Radulovic e Lamma. Tutti insieme raggiungono un risultato assolutamente impronosticabile: l’Olimpiade. Per la quale però, serve qualcosa in più. O meglio, qualcuno in più. Quel qualcuno, si chiama Gianmarco Pozzecco.

(Per la gente come noi, uno che dice di no all’NBA per giocare a Varese non può che essere il profeta mandato in terra da un qualche dio sportivo)

Lamma, De Pol e Cittadini vengono sostituiti da Garri, Rombaldoni e, per l’appunto, il Poz. L’Italia si prepara all’Olimpiade e lascia intendere quello che sarà il torneo olimpico nell’amichevole che gioca a Colonia con gli Stati Uniti: 95-78 per gli azzurri, Dream Team ridicolizzato. Non ci sono molte parole per descrivere quella partita: l’Italia gioca un basket incantevole, facendo gli americani contro gli americani, attuando una difesa rocciosa e applicando un attacco devastante, guidato dalle magie del Poz e dalle follie balistiche di Basile, oltre che all’apporto dei “soliti” Soragna, Marconato, Galanda e compagnia. Le immagini parlano da sole.

(Allora fu la peggior sconfitta degli Stati Uniti nella storia del Dream Team. All’Olimpiade, Iverson e compagni faranno di peggio perdendo di 21 contro Porto Rico)

L’Italia arriva all’Olimpiade, ma non inizia in pompa magna: la prima partita, contro la Nuova Zelanda, è una sofferenza mostruosa. I neri sono probabilmente la migliore edizione dei Kiwi di sempre: giunti quarti al mondiale del 2002, giocano una grande partita e rischiano pure di forzare il supplementare, ma Penney perde di mano il pallone del possibile pareggio sull’ultimo possesso. Gli azzurri vincono 71-69, ma tornano ben presto nei ranghi: la partita successiva è contro i campioni del mondo della Serbia e ne viene fuori una sconfitta. L’Italia non gioca male, anzi: resta incollata per tutta la partita ai più quotati avversari, cedendo soltanto nei secondi finali, a fronte anche di qualche chiamata arbitrale dubbia nel finale. Gli azzurri perdono anche contro la Spagna, guidata dai 16 di Gasol e i 17 di De La Fuente, pur avendone 18 da Righetti: la partita è tirata e le Furie Rosse hanno la meglio soltanto nella seconda metà dell’ultimo quarto, dopo che l’Italia aveva guidato nel punteggio per larghi tratti.

Dopo aver battutto la Cina, ci si gioca il secondo posto nel girone contro l’Argentina nell’ultima partita del girone di qualificazione. La partita è importantissima, perché nel caso giungesse una sconfitta gli azzurri sarebbero costretti a giocare i quarti di finale contro la Grecia padrona di casa. I Gauchos sono i vicecampioni del mondo: Scola, Nocioni, Montecchia, Delfino e, dulcis in fundo, Ginobili. Manu e compagni però, soccombono nella partita con l’Italia per 75-76 (a tal proposito, non riesco a reperire online reperti visivi di quella partita, ad ogni modo gli ultimi due minuti sono qualcosa di incredibile, in cui gli argentini prendono qualcosa come 7 rimbalzi offensivi in due azioni, senza mai riuscire a trovare il fondo della retina).Sarà questa la partita tecnicamente più importante per le sorti degli azzurri nel proseguio dell’Olimpiade, perché l’abbinamento li porta a giocare contro Porto Rico. L’Italia resta in controllo della partita contro i caraibici per tutti i 40′: lo sforzo avversario è lodevole, con Arroyo e Ayuso che piazzano 47 (quarantasette, dico, quarantasette) punti in due, ma sono attorniati dal nulla cosmico e l’Italia torna in semifinale olimpica per la prima volta dal 1980. L’avversaria è la Lituania, campione europea l’anno passato, designata d’obbligo per andare in finale.

E giungiamo al cardine, al punto di partenza: la partita con la Lituania. Devo dire la verità: c’è un motivo se non ci si ricorda niente di quella nazionale a parte questa partita. Provo a riverniciare i motivi nella mia testa, a distanza di dodici anni. E c’è n’è uno preciso che mi viene in mente: quella partita, in un mondo perfetto, non finirebbe mai con la vittoria dell’Italia. Perché la Lituania è troppo più forte: Macijauskas, Lavrinovic, Zukauskas, Jasikievicius, Stombergas, Siskauskas. L’impresa dell’Italia è qualcosa di clamoroso perché quella è una squadra che sia all’europeo che fino a quel momento all’Olimpiade ha vinto tutte le sue partite esclusivamente in difesa. Quel giorno gli azzurri vincono in attacco, sfornando una prestazione al tiro da tre irripetibile (18/28), segnando 100 punti dopo aver fatto un torneo da 70 di media ad incontro, facendo un parziale di 31-0 nel secondo quarto. Quella partita è la punta dell’iceberg di un gruppo incredibile, capace di sopperire alle mancanze tecnico-atletiche col cuore, con la grinta, con la follia (il giro sul perno di Chiacig che trovate a 1:55 nel video qui sotto, non ne sono sicuro, ma penso che lui stesso si stia ancora domandando come ha fatto), le triple ignoranti di Basile, il cuore di un capitano eccezionale come Galanda, le mani incantate di Bulleri, la difesa straordinaria di Soragna, il genio incomparabile del Poz, il tutto diretto da un maestro della palla a spicchi come Charlie Recalcati. Non solo: l’Italia in quella partita è pure capace di farsi recuperare dalla Lituania, finire sotto e ritornare avanti, devastando i baltici con bombe da distanza siderale. Quella partita contro la Lituania è una cosa meravigliosa e travolgente, ma ha più familiarità con l’epica che con lo sport.

(Esistono altri video di questa partita: ho scelto questo, nonostante la zarrata in sottofondo, perché le alternative o non erano all’altezza. La partita completa c’è su youtube, ma non è l’originale con il commento di Franco Lauro, bensì fatta con un telecronista  che probabilmente non ha mai visto una partita di basket in vita sua (giuro, se volete cercatevela))

Se il mondo fosse perfetto, l’Italia vincerebbe la finale, ma la storia è ben diversa. La finale con l’Argentina è combattuta in larga parte: i sudamericani mantengono la leadership per quasi tutto l’incontro, ma l’Italia nel terzo quarto ha pure dei sussulti e riesce a mettere la testa avanti. Poi, in preda alla stanchezza, crolla finendo sotto di 15, un passivo certamente eccessivo. Non bastano i 10 punti di Rombaldoni, i 12 di Pozzecco e Soragna: quando Scola e Ginobili decidono di girare la partita, questa si gira e non torna più. Ma qual è la sostanza che sta dietro a quel gruppo? Per me è una ed una sola: l’Italia della pallacanestro non è mai stata, né sarà mai più così. E questo perché quella squadra nei singoli è assolutamente nella media: Pozzecco è l’unico funambolo, l’unico che gioca fuori scritta. Gli altri sono giocatori “normali”: forti, ma non fenomeni. Quella squadra è irripetibile perché le partite dell’anno prima contro Germania, Francia e Grecia, unite alle due con l’Argentina, quella contro gli Stati Uniti, quella contro la Lituania, sono partite giocate contro squadre che sono nettamente più forti. Quello che Recalcati costruisce è un gruppo di sognatori e che consegna alla nostra memoria il sogno del loro volo nell’Olimpo. Perché, e lo si vede, gli azzurri non sono extraterrestri, ma ne devono affrontare in tutte le partite: Parker, Nowitzki, Gasol, Bodiroga, Penney, Arroyo, il Dream Team, Yao, Ginobili, Scola, Diaw, Navarro, Stombergas, Macijauskas. Solo dei sognatori riescono ad immaginare Pozzecco che irride Allen Iverson.

Nel momento in cui dico che la storia di quell’Italia è raccontata male, è perché si esaltano le gesta di una squadra solo nell’arco di quei quaranta minuti contro la Lituania (ho il dubbio, delle volte, che chi parla di quella squadra abbia visto effettivamente solo quella partita e quella con l’Argentina, ma lo lascio dubbio (sono acido, ma è normale, è tutto il giorno che scrivo questa cosa (e comunque sono acido di mio))). Ma la partita contro la Lituania non esiste senza la schiacciata di Marconato contro la Germania, senza le giocate difensive di Soragna contro la Grecia, senza quel finale concitato contro la Francia. Avrei voluto essere più succinto, ma non ci sono riuscito, perché ho amato quella squadra alla follia, perché dannatamente imperfetta. Perché faceva soffrire, tanto: faceva soffrire perché era una squadra che giocava sempre e solo sul filo del rasoio, con una difesa al limite che doveva sopperire ai limiti di un attacco che, se si esclude la partita contro la Lituania, aveva momenti di appannamento totali e sconfortanti, che costringevano ad aggrapparsi a residui di energie nei finali di partita e tirare fuori il coniglio dal cilindro. La somma è qualcosa di indelebile, qualcosa che sportivamente ti segna, perché semplicemente inconcepibile: il sogno di un volo, che lascia la convinzione di aver volato per davvero.

P.s: “Il sogno di un volo” è il primo arco narrativo del fumetto degli anni ’80 Miracleman, scritto da Alan Moore.

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