A tifare Golia non c’è gusto

Mi è difficile avviare un blog che parli di qualcosa che non sia lo sport: non per mancanza di argomenti, quelli li avrei, ma più che altro per non sfociare nella pesantezza intrinseca della mia persona. Mi spiego: se parlassi di musica, di libri, di fumetti, io so che, oltre che attirarmi un sacco di ire per i miei gusti discutibili, riuscirei a far emergere ancora di più l’antipatia, la boriosità e la scorbuticità (non ero certo esistesse questa parola, in realtà ho scoperto di sì; credo di essere tra i primi tre ad utilizzarla nella storia dell’italiano corrente, cercherò di non farne un vanto) che mi contraddistinguono, oppure avvierei una serie di elucubrazioni mentali e di polpettoni infarciti alla noia conclusi con frasi come “Meditate gente, meditate” (questo inutile virgolettato mi dà modo di far emergere un minimo i succitati discutibili gusti musicali; va da sé che in questo caso tiro avanti e faccio finta di niente, magari su altre mi dilungo (inutilmente) di più).

Lo sport invece, ha la fortuna di essere legato a dei valori condivisibili di umiltà, determinazione, onore, coraggio, realizzazione dei propri sogni, che non è semplice riscontrare in altri ambiti (non tutti insieme almeno). Pur dovendo constatare che anche nel mondo dello sport abbonda la merda (basti pensare ai recenti casi della FIFA e alle scommesse del tennis), non riesco a discostarmi dall’idea che le emozioni che ti dà siano inequiparabili a molte altre (probabilmente, solo l’amore, nel senso cosmico del termine, le supera (sto già diventando sentimentale, lascio perdere finché sono in tempo)). Non solo, lo sport ha allo stesso tempo una solida base di oggettività: tendenzialmente, vince chi se lo merita (Zeman non la pensa così). E quindi sì, questo sarà un blog che parlerà di sport.

Che tipo di sport? In realtà, il titolo vorrebbe essere una spiegazione, di quello che amo io: io amo i perdenti. Amo le cause perse, gli scontri impari, gli sconfitti in partenza. Quelli che lottano per 90 minuti attaccati alle caviglie dei loro avversari, quelli che sanno che riusciranno a prendere un rimbalzo solamente saltando coi gomiti alti, quelli che partono sgambettando in fuga al chilometro zero, sperando che Dio oggi gliela mandi buona e che non ci sia accordo nel gruppo alle tue spalle. Come non amare, per esempio, la fuga di Tony Watt per il 2-0 del Celtic contro il Barcellona dell’autunno del 2012?

 

(Youtube sopperirà alle nostre necessità di vedere e rivedere gesti di incredibile bellezza come questo)

Il concetto è questo, e Tony Watt lo esprime al meglio in questa magia al Celtic Park: Golia vincerà mille, centomila, 68736874368748364364 (pigia sul tastierino un po’ di numeri a caso per creare un numero non quantificabile facilmente) volte; ma tutti i suoi successi messi insieme, non valgono uno di quelli ottenuti da Davide. Troppo facile vincere una gara di salto in alto se Dio ti ha concesso l’atletismo di un canguro in calore: la vera gloria è avercela fatta con quello di un panda gigante. Forse non è un concetto globalmente condivisibile (non aspiro a renderlo tale, in ogni caso): so che ci sono tifosi della Juve, dei Lakers, dei Patriots che sicuramente non la pensano così. E sono liberissimi di farlo (e ci mancherebbe altro), ben contenti di vincere un campionato dopo l’altro. Dico che qui, siamo quelli che nell’epica sfida sui Pirenei tra Rasmussen e Contador al Tour del 2007 sceglievano Leipheimer: una pedalata arrancata dopo l’altra, a ricucire una serie infinita di strappi degli altri due.

 

(A onor del vero, Contador non era ancora noto per essere il mostro che conosciamo tutto, ma pur preferendolo a Rasmussen, io pendevo decisamente per Leipheimer, che in salita non aveva la minima chance di stare attaccato agli altri due).

Non è che odio a priori il più forte, è una questione di gusto: non riesco ad amare gli squadroni, non ci riesco; non riesco a gioire eccessivamente e smodatamente per l’ennesimo successo scontato di Usain Bolt o di Michael Phelps. Io voglio vedere il Bate Borisov sul tetto d’Europa, la nazionale turkmena di pallanuoto che fa sudare la vittoria alla Serbia, la quattrocentista di fede islamica che pur col burqa e il velo si lascia indietro americane e jamaicane e s’invola a prendere quella dannata medaglia d’oro, magari l’unica per il suo Paese in tutta l’Olimpiade. Per questo dico che a tifare Golia non c’è gusto: quando mai il godimento per una sua vittoria sarà pari anche a una sola di queste possibili (diciamo improbabili) imprese di Davide? Io penso mai.

Ci sarà comunque spazio anche per alcuni Golia: alcuni personaggi o squadre verranno citate e raccontate in questi post (penso a Michael Jordan prima di tutti, ma anche agli odierni Golden State Warriors, il Settebello, Federer e la lista è lunga), perché, in un modo seppur diverso, anche questi sono personaggi che ispirano, che infondono forza e coraggio, nei loro colpi, nelle loro imprese. E perché, ricollegandoci a quanto detto prima, l’oggettività esiste nello sport e sarebbe da pazzi non riconoscere l’estro dei campioni.

In conclusione a questo sconclusionato post, proviamo a venire a un dunque: questo è un blog di sport, che non vuole catechizzare ed essere vangelo per nessuno. Vuole raccontare di quello che rende il mondo delle discipline sportive fantastico e bello, prendendo spunto maggiormente dagli eroi improbabili piuttosto che da quelli attesi. Il tutto chiaramente influenzato dall’opinione e dai gusti personali di chi scrive, che non è Brera e non è Mura, cerca di non essere noioso per chi legge (inserendo parentesi a cazzo di cane) e di scrivere al meglio delle sue (scarse) possibilità, con la speranza (presunzione) di trasmettere qualcosa di sé e di quello che gli piace.

 

P.s.: comunque stasera c’è Alessandria – Milan, semifinale di Coppa Italia. E non dico altro

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